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Il concetto di soglia di tolleranza e la sua problematicità Intervento di Carlo Melegari
al Convegno: "le ragioni della tolleranza",
l termine "soglia di tolleranza" lo troviamo usato con una certa frequenza sui giornali e nei dibattiti televisivi per indicare il livello massimo oltre il quale la percentuale di immigrati in una popolazione farebbe scattare automaticamente meccanismi di rigetto. Meccanismi di rigetto che, al posto della comprensione e dell'accettazione, sostituirebbero sentimenti di fastidio o addirittura di rifiuto o di odio reciproco, mettendo in crisi la possibilità stessa della convivenza civile e creando quindi le premesse di una conflittualità continua, ingestibile e anche violenta, nel condominio, nella via, nel quartiere, nella città. In genere il termine "soglia di tolleranza" viene introdotto da un apodittico rimando ad una categoria di esperti - la mia - quasi sempre vituperata per pretesi asservimenti ideologici, ma che in questo caso rappresenterebbe un'autorità suprema che non ammette discussione: i sociologi. "I sociologi dicono che...". Uno prova a chiedere: "ma quali sociologi dicono che..."? E la risposta immediata è: "ma lo sanno tutti che i sociologi dicono che...". E si passa quindi all'argomento della irresponsabilità di chi, avendo funzioni di governo, oggettivamente favorirebbe l'insorgere del razzismo non fissando quote precise all'insediamento degli immigrati in base al criterio della non superabilità di determinate percentuali di incidenza sulla popolazione della regione, del comune o della circoscrizione. In realtà le scienze sociali che si sono occupate di immigrazione sotto il profilo della tollerabilità delle relazioni che si vengono a stabilire sul territorio tra gente che vi risiede da generazioni e nuovi arrivati, hanno sempre usato con estrema cautela sia il termine che il concetto di "soglia di tolleranza", perché nessuna delle ipotesi che pure qualcuno ha voluto formulare, magari a fini meramente politici di supporto a questo o quel programma di partito xenofobo (o anche preoccupato della xenofobia), ha mai trovato conferma della sua proponibilità. Anzi, nei rapporti di ricerca sul campo viene spesso evidenziato il carattere pseudo-scientifico di un concetto che riporta semplicisticamente al solo dato quantitativo e in forma meccanicistica e automatica, un fenomeno - l'intolleranza nei confronti degli immigrati - che non ha una spiegazione monocausale. L'intolleranza, nelle sue diverse modalità di espressione, deriva infatti dall' interazione di numerose variabili qualitative legate ad una serie di condizioni sociali, economiche, politiche e ambientali del territorio e di quanti, nativi e immigrati, lo abitano. Oltretutto ognuno con la propria soggettività e la propria storia di diversità. Del resto non si spiegherebbe altrimenti perché gli esempi di integrazione riuscita e quelli di integrazione fallita, quelli che rimandano ad una realtà sociale di tolleranza e quelli che al contrario rimandano ad una realtà sociale di intolleranza, si ritrovino gli uni e gli altri dove l'incidenza della popolazione immigrata su quella locale è alta e dove tale incidenza è bassa. Il Lussemburgo ha il 32 per cento di immigrati in un territorio molto ristretto. E non succede niente. Un quartiere di Verona raggiunge magari a stento il 3,5 e si parla di cittadinanza esasperata. Esasperata da cosa? Dalla costatazione che gli immigrati nel quartiere sono troppi o che sono troppi gli immigrati portatori di problemi nel quartiere? Sono due questioni completamente diverse e nessuna delle due può rimandare ad una accettabile definizione della "soglia di tolleranza" in termini di percentuale ammessa. La prima perchè è concettualmente razzista e in uno stato democratico come il nostro è semplicemente fuori discussione. La seconda perché trova una ragionevole risposta dall'analisi dei molteplici fattori che concorrono alla sensazione di malessere sociale in presenza sul territorio di immigrati in quanto percepiti come portatori di problemi. L'essere da parte degli immigrati percepiti come portatori di problemi può avere oggettiva corrispondenza con la realtà e può anche non averla. Nel caso questa oggettiva corrispondenza con la realtà non ci sia (e lo si dimostri smontando criticamente il pregiudizio e le paure che ne conseguono), non ha alcun senso fissare una soglia di tolleranza che a quel punto risulterebbe del tutto immotivata e dunque arbitraria e ingiusta. Nel caso questa oggettiva corrispondenza con la realtà invece ci sia, una soglia di tolleranza, ancorchè ipotizzabile, resta comunque indefinibile nella sua generalizzabilità, perché varia al variare dei fattori in gioco nei diversi e mutevoli contesti in cui una determinata presenza di immigrati risulta fare problema oltre il sopportabile. Si possono fare molti esempi in proposito dei molteplici fattori in gioco e della loro contestualizzazione. Proviamo anche solo a immaginare la tipologia della sopportabilità o della insopportabilità di situazioni che sul territorio si vengono a creare a seconda di come si combinano variabili quali: a) il fatto che gli immigrati vi risiedano da regolari o irregolari, con un lavoro o senza lavoro, da persone oneste o disoneste, con una casa decente o in rifugi di fortuna, con la famiglia o da soli; b) il fatto che il quartiere risenta già di altri grossi problemi o meno, esprima nei suoi abitanti una cultura dell'accoglienza o del rifiuto, abbia dei servizi socio-sanitari, scolastici, ricreativi, dei trasporti che funzionano oppure no; c) il fatto che l'amministrazione locale, il sindaco, l'assessore competente siano in grado di intervenire o meno con intelligenza, tempestività e adeguate risorse là dove insorge il problema prima che degeneri, venga strumentalizzato e diventi ingestibile. E si potrebbe continuare per mostrare all'evidenza come sia difficile fissare dei numeri, delle quote, delle percentuali come "soglia di tolleranza" per l'immigrazione, di qualsiasi area circoscritta si parli, senza prima aver esaminato caso per caso, con attenzione, la specificità dell'impatto popolazione immigrata/popolazione residente lì da prima, forse da generazioni, forse soltanto da qualche mese. Ma lì in quel posto preciso, in quella zona, in quel quartiere. Perché quello che vale in un caso, non è detto che valga in un altro. Per concludere, il concetto di "soglia di tolleranza" per quanto riguarda l'immigrazione non fa riferimento ad alcuna legge sociologica. Può risultare utile quando una ricerca seria abbia evidenziato in un territorio circoscritto la insuperabilità economica, politica e culturale di alcuni gravi ostacoli alla convivenza civile nel breve periodo. Per il resto, la sua problematicità e la sua facilità ad essere strumentalizzato in discorsi razzisti sull'immigrazione sono tali da sconsigliarne l'uso. |
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