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LA TOLLERANZA
INTERPELLA
LE CHIESE E LE RELIGIONI
Intervento
di Don Giovanni Gottardi al Convegno: "le ragioni della tolleranza",
organizzato il 25 Marzo 2000 dai Lions Clubs di Verona
Il Problema
Ho scelto questo titolo perché, spesso, alle chiese
e alle religioni viene attribuito un potenziale di intolleranza. Questa
denuncia viene rivolta in modo particolare alle cosiddette "religioni
del libro", sulla base di quanto la storia purtroppo ci documenta e su
una specie di luogo comune e cioè che "il fondamentalismo
si manifesta più facilmente in quelle religioni che pongono il
loro fondamento in un testo sacro ispirato direttamente da Dio".
Tutti abbiamo sentito la notizia che il Papa, la domenica
12 marzo, ha chiesto perdono per varie "colpe" dei figli della chiesa
cattolica: per il "ricorso a metodi di intolleranza", perché
i credenti in Cristo "si sono opposti e divisi e si sono reciprocamente
condannati e combattuti", per i peccati commessi "contro il
popolo dell'alleanza e delle benedizioni", per parole e comportamenti
di "inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi
sociali più deboli", perché "cedendo alla logica
della forza, hanno violato i diritti di etnie e di popoli, disprezzando
le loro culture e le loro tradizioni religiose...".
Volendo capire le ragioni storiche che hanno portato
a queste e ad altre colpe analoghe... - prendo come referente emblematico
la chiesa cattolica - ci si accorge che generalmente la ragione di fondo
è sempre stato un certo modo di autocomprendersi e di porsi da
parte della chiesa/chiese: modo sostenuto e giustificato da una teologia,
una sorta di Weltanchauung, a forte tonalità apologetica
(tale da prevenire ogni possibile incrinatura o cedimento), con impostazione
controversistica (per cui dell'altro si tendeva ad evidenziare solo l'errore
e il negativo), caratterizzata da una polarizzazione autocentrata (per
cui si guardava all'altro solo in vista di una conversione o di un ritorno),
e da una prassi pastorale, finalizzata sì a sostenere il
vissuto cristiano ma anche orientata ad inculcare una forte identità
"confessionale" e a produrre una rassicurante presenza ambientale, tali
da non consentire incertezze e tanto meno defezioni.
Si trattava cioè di una teologia apologetica,
basata sulla convinzione di essere gli unici depositari di tutta la verità;
di una teologia controversistica, per cui il diverso era sentito come
una minaccia per la propria identità e per la propria fede; di
una teologia autocentrata, che impediva di aprirsi agli altri e di scoprirne
i valori. Evidentemente, entro i parametri di una simile riflessione teologica
e dentro le dinamiche di un simile intervento pastorale, diventava difficile,
nonostante lodevoli eccezioni, elaborare delle ipotesi ecumeniche e temerario
costruire dei progetti di dialogo...
Tutti, invece, constatiamo che la realtà attuale
è diventata multietnica, multiculturale e multireligiosa, e questo
mentre da un lato ci fa intuire nuove potenzialità e inedite forme
di convivenza, dall'altro ci impaurisce e ci trova impreparati. In questa
complessità della storia, sembra che anche le chiese e le religioni
si trovino in fatica e siano esposte al rischio dell'autodifesa e della
chiusura oppure alla tentazione della sopraffazione e del proselitismo,
rinunciando ad una loro funzione specifica e cioè quella di promuovere
forme di autentica convivenza nel segno della tolleranza, nella giustizia
e nella pace, nella stima e nella libertà, nell'amore e nella solidarietà.
La storia recente e la cronaca di ogni giorno, ci segnalano che l'auspicata
"convivialità dei popoli" può finire in una "fossa comune"
se le chiese e le religioni non assumono il criterio della tolleranza,
tolleranza collocata nella logica dell'autentico ecumenismo e articolata
secondo le dinamiche dello stile dialogico.
Possibili cause
di intolleranza religiosa
Guardando al mondo delle chiese e delle religioni, tre
mi sembrano i fattori che normalmente... promuovono o indeboliscono la
tolleranza, specie religiosa:
1° - il modo con cui le chiese e le religioni si autocomprendono
e si pongono verso gli altri,
2° - il modo con cui guardano e valutano "il diverso"
religioso,
3° - il modo con cui valorizzano l'uomo e promuovono
o meno la libertà religiosa.
In merito a queste affermazioni, ritengo che il caso
"chiesa cattolica" con tutte le sue involuzioni ed evoluzioni, sia un
caso tipico che può offrirci spunti interessanti di analisi. Evidentemente
questo test si può applicare ad ogni altra realtà religiosa:
chiese e/o religioni varie!
Guardando a quanto è nato dalle intuizioni del
Concilio Vaticano II, ritengo che i fattori di novità che hanno
innescato e determinato i processi dell'autentica tolleranza religiosa
in casa cattolica - sia nei confronti del mappamondo cristiano sia in
riferimento all'universo delle religioni -, siano stati soprattutto tre:
1° - la chiesa cattolica ha iniziato a riformulare
in modo nuovo la propria autocoscienza. Non intendo dire che la
chiesa cattolica ha rinunciato alla propria identità e alla propria
missione - di essere cioè "segno e strumento dell'intima unione
con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (Lumen Gentium,
1) -, ma che essa si è percepita in modo nuovo trovando di conseguenza
modi nuovi di porsi in rapporto alle altre chiese e alle altre fedi.
Tre aspetti emblematici:
1.1 - la chiesa cattolica ha superato l'ecclesiocentrismo
e ha trovato il vero modo di relazionarsi alle altre chiese cristiane.
E tutto questo approfondendo la centralità di Cristo rispetto alla
salvezza e la radice battesimale dell'autentica appartenenza a Cristo.
Si è passati, come si usa dire, dalla visione tolemaica (la chiesa
al centro) alla visione copernicana (Cristo al centro)....
1.2 - la chiesa cattolica ha focalizzato meglio la propria
identità e ha specificato meglio quella del popolo dei figli
di Abramo. E tutto questo approfon-dendo la propria storia ("scrutando
il mistero della Chiesa, il Sacro Concilio ricorda il vincolo con cui
il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe
di Abramo", Nostra Aetate, 4)..., capendo sempre meglio come
era ingiusta qualsiasi "teologia della sostituzione" rispetto ad Israele
e ancor peggio ogni "teologia del disprezzo" (J. Isaac).
1.3 - la chiesa ha saputo apprezzare meglio le
religioni, approfondendo la comprensione della storia della salvezza
e dell'unico piano salvifico di Dio. Era noto il famoso testo di Paolo:
"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza
della verità" (1 Tm 2,4), come pure la frase decisiva della
Gaudium et Spes: "Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia
a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce,
col mistero pasquale" (n. 22), ma ora sono diventate una novità
le esplicitazioni fatte sul come si realizza la salvezza per "coloro che
sono ignari che Gesù Cristo è la fonte della loro salvezza":
"Il mistero di salvezza li raggiunge, per vie conosciute da Dio,
grazie all'azione invisibile dello Spirito di Cristo. E' attraverso la
pratica di ciò che è buono nelle loro proprie tradizioni
religiose e seguendo i dettami della loro coscienza, che i membri delle
altre religioni rispondono positivamente all'invito di Dio e ricevono
la salvezza in Gesù Cristo, anche se non lo riconoscono come loro
Salvatore" (Dialogo e annuncio, 29).
Si noti che queste esemplificazioni non significano
per la chiesa cattolica rinuncia alla propria identità, ma
approfondimento relazionale di identità. La chiesa cattolica
infatti si è autocompresa in modo più adeguato all'interno
dell'unica storia di salvezza, rispetto alla verità che salva
(Dei Verbum, nn. 11; 8), rispetto ai soggetti con cui
Dio fa storia (GS 22), rispetto al modo con cui va realizzata
la testimonianza (Dignitatis Humanae, nn. 1-2).
2° - la chiesa nel Concilio ha allargato il suo
sguardo ed ha fatto propria una visione più positiva dei suoi diversi
interlocutori, specie per quanto concerne le grandi religioni.
Il Concilio infatti non solo ha messo in risalto le religioni monoteistiche:
ebraismo (Nostra Aetate, 4) ed islam (NA 3), ma ha
fatto oggetto di attenzione le altre religioni, citando in modo esplicito
l'induismo e il buddismo (NA 2). In maniera forte, la chiesa
nel Concilio ha rimesso al centro Cristo, ma nell'orizzonte del Regno
di Dio, e ha capito ancora meglio come nel panorama del piano salvifico
di Dio sono inclusi gli universi religiosi di tutti i popoli.
Non si trattava evidentemente di elementi completamente
nuovi, ma queste acquisizioni raggiunte a fatica mostravano che il fronte
teologico in riferimento alle religioni ci trovava alquanto impreparati
e di conseguenza meno attrezzati per fondare una profonda stima teologica.
Torno a ribadire che, anche in questo caso, non era in gioco o in svendita
l'identità cristiana, ma era messa alla prova la nostra capacità
di guardare e di dialogare con l'identità e il patrimonio religioso
delle altre fedi. Nonostante i noti ritardi storici... possiamo dire che
ora si è dischiuso un orizzonte nuovo e affascinante!
3° - la chiesa cattolica nel Concilio, specie con
il Decreto sulla libertà religiosa "Dignitatis Hmanae" (7.12.1965),
ha guardato in modo inedito all'uomo e ne ha illustrato in modo esemplare
la dignità, la libertà, la responsabilità.
Se è vero che crescenti istanze di libertà e persistenti
situazioni di oppressione avevano fatto maturare la Dichiarazione dei
diritti universali dell'uomo (1948), compreso il diritto alla libertà
religiosa, è altrettanto vero che la chiesa sembrava ancora in
fatica nel definire e nel relazionare l'assoluto della salvezza di Dio
e della sua verità rivelata e le istanze della libertà e
della responsabilità dell'uomo. Ed è proprio in merito a
questo problema che certe affermazioni del decreto Dignitatis Humanae
oltre che risultare innovative sono apparse autentica interpretazione
del messaggio evangelico.
Frasi come: "(Cristo) rese testimonianza alla
verità, però non volle imporla con la forza a coloro che
la respingevano" (DH 11), "la verità non si impone che
in virtù della stessa verità" (DH 1), "la persona
umana ha il diritto alla libertà religiosa..., in materia religiosa
(in re religiosa!) nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza...,
il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa
dignità della persona umana..." (DH 2), abbinate alle frasi
che concernono i gruppi, ad esempio: "La libertà religiosa,
che compete alle singole persone, si deve ritenere che compete ad esse
anche quando agiscono comunitariamente. Le comunità religiose infatti
sono postulate dalla natura sociale tanto degli esseri umani quanto dalla
stessa religione..., le comunità religiose hanno anche il diritto
di non essere impedite di insegnare e di testimoniare pubblicamente la
propria fede..." (DH 4), non solo hanno mostrato la forza innovativa
del pensiero conciliare, ma sono diventate immediatamente unità
di misura del comportamento dei cristiani e ragione di responsabilità
per tutti gli uomini (DH 2: "A motivo
della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone,
dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò
investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura
e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo
quella concernente la religione").
Alla scuola dell'esperienza
delle chiese e delle
religioni... per una tolleranza tra i popoli
Ormai tutte le chiese e le religioni hanno maturato una
grossa esperienza nell'ambito delle relazioni ecumeniche e del dialogo.
Vorrei quindi offrire alcune suggestioni, prese dal mondo ecumenico e
dal mondo interreligioso...
4.1 – Modi sbagliati di vivere e di confrontarsi nella
fede...
Gli atteggiamenti che si possono assumere nel "vivere"
la propria fede e nel "con-vivere" con la fede degli altri possono essere
molteplici, ma non tutti validi.
* Un modo sbagliato di costruire la "ecumene" parte dalla
convinzione che per praticare il "con-vivere" sia necessario rinunciare
ai valori sui quali uno ha costruito in onestà il suo "vivere"
e partire da uno sterile "punto zero" che metta tutti su un piano di supposta
parità. Sarebbe come un voler capire l'identità e la ricchezza
dell'altro senza disporre della propria...
E' l'atteggiamento di chi assume come stile l'irenismo,
il sincretismo, l'indif-ferentismo... Dal punto di vista della convivenza
questo modo di porsi rivela una vuoto di identità della persona
e del credente e finisce con l'alimentare un modo di confronto anonimo
e insignificante!
* Un altro modo sbagliato di costruire "ecumene" è
basato sull'idea che, per evitare il pericolo della spersonalizzazione
o il rischio della assimilazione acritica di valori e disvalori, si rimanga
arroccati nelle proprie posizioni, convinti di avere già tutto
e di non dovere imparare niente da nessuno: il proprio "vivere" è
pensato come l'unico modo di vivere!
E' l'atteggiamento di chi si comporta da integrista,
da intransigente, da autosufficiente. Dal punto di vista della convivenza
è la cancellazione dell'altro e delle sue ricchezze. Secondo questo
modo di fare una persona si convince di non dover mai cambiare prospettiva,
modificare atteggiamenti, di non dover mai perfezionare la propria identità!
* Il vero modo di costruire "ecumene" invece è
quello determinato dallo stile del pluralismo e del dialogo ossia è
il modo di chi cerca di scoprire, rispettare e raccogliere i valori, ovunque
si trovino, e si propone di arrivare ad uno scambio e ad una integrazione
per arrivare al massimo di ricchezza di vita (di fede) nella convivenza.
E' qui che si colloca la coerenza testimoniale, in tensione ecumenica
e nella modalità dialogica, e la tipicità valoriale del
credente in Cristo "via, verità e vita" (Gv 14,6).
Non bisogna mai dimenticare, però, che la fatica
del dialogo aumenta nella misura in cui vengono messe in gioco le convinzioni
più radicali delle persone, tipiche le convinzioni religiose!
4.2 - Il dialogo vero... alimenta la tolleranza
Il dialogo domanda innanzitutto consapevolezza della
propria identità umana, culturale e religiosa. Ogni persona cioè
deve conoscere la propria identità e tradizione culturale, la propria
appartenenza e identità religiosa. Il dialogo vero infatti avviene
fra testimoni! La testimonianza dialogica è la capacità
di rendere il proprio valore trasparente, leggibile e disponibile: la
testimonianza è un dono, non una imposizione! "Il dialogo
sincero suppone da un lato di accettare reciprocamente l'esistenza delle
differenze, o anche delle contraddizioni, e dall'altro di rispettare la
libera decisione che le persone prendono in conformità con la propria
coscienza" (Dialogo e annunzio, n. 41).
Il dialogo esige rispetto, attenzione, stupore per l'altro
e voglia di conoscerlo e capirlo (cfr. UR 4; 9), convinti che ogni persona
ha qualcosa da dirci e da donarci (cfr. TC 14). Se circola diffidenza,
avversione, rifiuto, il dialogo è compromesso in partenza. A ragione,
K. Barth metteva fra le caratteristiche del teologo la capacità
di stupirsi...!
Il dialogo domanda apertura, capacità di accoglienza,
spirito di "conversione" (UR 1), eliminazione di ogni pregiudizio (UR
9) e discriminazione (NA 5: "La chiesa esècra, come contraria
alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini
o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione
sociale o di religione").
Naturalmente, affinché la conoscenza sia più
obiettiva e meno filtrata, è logico che debba essere l'altro a
parlarmi di sé, della sua cultura, della sua fede. Altro è
conoscere uno attraverso una enciclopedia, altro conoscerlo attraverso
la sua testimonianza... ! Il dialogo domanda di partire da ciò
che unisce!
4.3 - Equivoci e tentazioni nel dialogo: il rischio dell'intolleranza...
Come si è già detto, due sono le insidie
nel confronto dialogico: l'irenismo o il fondamentalismo, ossia la svendita
di se stessi oppure la chiusura su se stessi. Va ribadito invece che la
coerenza ai valori e l'autentica testimonianza dei valori è l'opposto
del irenismo e del dogmatismo! Rimangono però altri equivoci...:
Il credere che per dialogare sia necessario partire da
un'atteggiamento di superiorità: il dialogo deve avvenire "da
pari a pari" (UR 9). Ovviamente la parità è data dall'uguale
amore/valore di fronte a Dio di ogni vivente e dall'uguale obbedienza
che ogni uomo deve a Dio, alla storia e alla vita...
La voglia di imporre la verità togliendo libertà
all'interlocutore: "La verità non si impone che in virtù
della stessa verità... Cristo rese testimonianza alla veri-tà,
però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano"
(DH 1; 11).
La tentazione di manipolare le coscienze per ottenere
consenso (DH 2: "In materia religiosa nessuno sia forzato ad agire
contro la sua coscienza"). Eviden-temente resta sempre per ciascuno
il dovere di formarsi una coscienza retta!
La voglia di fare "proselitismo": "Il proselitismo
abbraccia tutto ciò che viola il diritto della persona umana, cristiana
o non cristiana, di rimanere libera da coercizioni esterne nelle questioni
religiose; esso abbraccia altresì tutto ciò che, nella proclamazione
del Vangelo, non è in conformità con i modi in cui Dio attira
a sé gli uomini liberi in risposta ai suoi appelli a servire in
spirito e libertà". "La Chiesa proibisce severamente
di costringere o di indurre e attirare alcuno con opportuni raggiri ad
abbracciare la fede, allo stesso modo che rivendica energicamente il diritto
che nessuno con ingiuste vessazioni dalla fede stessa sia distolto"
(AG 13).
Credere che "conversione" sia sinonimo di "ritorno",
anziché cammino in avanti nella "convergenza" verso un valore comune
(DH 3: "Dialogo... aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni
rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono
di avere scoperta").
Conclusione
Concludendo si può dire che il dialogo per la
tolleranza domanda sia ai singoli come ai gruppi:
* capacità di testimoniare, non di imporre (!),
la propria (convinzione di) fede con modi contrassegnati dalla reciproca
stima e dalla prassi del dialogo (cfr. TC 13);
* capacità di ascolto vero dell'altro ossia disponibilità
a superare ogni atteggia-mento di diffidenza, di disprezzo, di reciproco
ignorarsi (cfr. TC 14);
* capacità di conversione e di rinnovamento e
soprattutto apertura alla Spirito che opera nell'uomo e fa nascere nuova
obbedienza e nuovo stile di vita (cfr. UR 4; TC 13).
Va detto a chiare lettere che l'ecumenismo e il dialogo
non si propongono di retrocedere sul minimo valore comune, ma di raggiungere
il massimo valore esigito dalla coerenza e dalla convergenza. Questo gusto
del pluralismo e questa passione per il dialogo non sono la ratifica del
caos, la cancellazione delle identità nell'operare il confronto
nella fede/fedi, la canonizzazione dell'opinabile, ma sono le condizioni
per fare spazio ad ogni frammento di Verità e dare incremento ad
ogni fermento di Umanità, per diventare capaci di accogliere ogni
uomo e ogni popolo quali "immagine di Dio" e come persone amate da Dio
in Cristo!
Giovanni Gottardi
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