il manifesto - 19 Gennaio 2003
MINORI
Il nuovo orizzonte dei rimpatri
A Torino si pensa di espellere i ragazzi «devianti». Intervista con Save the children
CINZIA GUBBINI
ROMA
Una «comunità protetta» per bambini stranieri che commettono un reato. E' questa l'ultima novità della giunta comunale di Torino (vedi il manifesto del 15 gennaio, ndr) che vuole porre un argine alla crescente criminalità minorile sul territorio. I minori, infatti, spesso incappano nelle reti criminali gestite da adulti che li sfruttano per la loro non punibilità. La nuova comunità ha già fatto scoppiare un aspro dibattito. Molte associazioni temono che si tratterà di un centro di permanenza temporanea per minori, visto che l'assessore all'immigrazione Lepri ha detto chiaramente che uno degli scopi principali sarà il rimpatrio di questi ragazzi. Dopo l'allarme lanciato dall'Onu, che ha denunciato un traffico infame di piccoli somali verso l'Europa, gli Stati uniti e il Canada, parliamo del fenomeno con Elena Rozzi, responsabile a Torino del progetto per i minori non accompagnati Save the children

L'amministrazione denuncia l'impossibilità di «agganciare» questi ragazzi attraverso le tradizionali comunità di recupero, da cui fuggono. Che ne pensi?

Il problema esiste ed è molto complesso. Ma la soluzione non è una comunità chiusa, in cui c'è il rischio che i minori non possano neanche interagire con il territorio, per esempio andando a scuola. Certo, in questi ultimi tempi la composizione dell'immigrazione minorile è cambiata a Torino, facendo emergere realtà molto più complesse. Sempre più spesso arrivano ragazzi provenienti dalle periferie di Casablanca o dalle strade di Bucarest, già abituati a una vita di illegalità. Ma non bisogna sottovalutare il cambiamento delle politiche di accoglienza nel nostro paese.

In che senso?

Fino a due anni fa era effettivamente possibile arrivare in Italia, per un ragazzo, e ottenere un permesso di soggiorno per minore età con cui si poteva lavorare. Il permesso era rinnovabile a diciotto anni. Poi, alla fine del 2000, è uscita la famigerata circolare del ministero dell'Interno secondo cui il permesso di soggiorno per minore età non consente di lavorare regolarmente e non può essere rinnovato al compimento dei diciotto anni. Quindi anche se i ragazzi sono inseriti in un percorso di integrazione, a diciotto anni diventano automaticamente «clandestini». La Bossi-Fini non ha miglioratro la situazione. Ha stabilito, infatti, che il permesso può essere rinnovato solo se il ragazzo è presente in Italia da almeno tre anni e ha avviato un percorso di integrazione da due. Risultato: ci ritroveremo, nelle strade, ragazzi sempre più giovani. Già ci sono, addirittura di 11 anni.

E cosa si può fare?

Le politiche di accoglienza sono essenziali. Ovviamente è importante che la magistratura e la polizia intervengano contro gli adulti che sfruttano i minori, ma contemporaneamente bisognerebbe investire, ad esempio, sugli operatori di strada, cosa che il Comune di Torino non fa o fa poco

L'assessore Lepri punta sul rimpatrio, e non è l'unico. Che ne pensi?

Il rimpatrio dei minori non deve essere un'espulsione, ma un provvedimento nell'esclusivo interesse del minore e solo a fine di ricongiungimento familiare, come stabilisce la legge. Da parte di molti enti locali, invece, il rimpatrio dei minori viene visto come uno strumento per allontanare i ragazzi devianti. Non si possono fare discorsi generali, ovviamente, i casi vanno considerati singolarmente. Ma, per la realtà di Torino, posso dire che in gran parte si tratta di minori che vogliono rimanere in Italia e che, più o meno chiaramente, sono stati venduti. Quasi tutte le famiglie contattate dicono che preferiscono che il figlio resti in Italia. Per altro il Comitato per i minori stranieri del governo non ha mai stabilito delle linee guida chiare sui rimpatri dei minori, già è avvenuto che alcuni rimpatri siano stati disposti contro la volontà dei minori e della famiglia.