il manifesto - 02 Ottobre 2002
Richiedenti asilo, ultimi degli ultimi: la sanatoria li prende in giro, il governo non li conta
Un passaporto impossibile
CINZIA GUBBINI
E pensare che aveva avuto una bella fortuna. Mehmet, nome di fantasia, 22 anni, kurdo, richiedente asilo lavora al nero a Roma in una grossa catena di ristoranti tipo fast food . Incredibile ma vero, il suo datore di lavoro sta avviando le procedure per mettere in regola tutti gli immigrati irregolari che lavorano nei suoi locali. Quando è stato convocato dal suo «padrone» per avere la bella notizia, Mehmet non ci poteva credere: da un anno aspetta l'esame della Commissione centrale che vaglia le domande di asilo. E negli ultimi tempi non sono che rigetti, soprattutto per i kurdi. La prima parola che ha attraversato come un fulmine la mente del giovane Mehmet è stata «permessodisoggiorno». E' vero che uno già ce l'ha, quello per richiedente asilo, e quindi non è proprio «clandestino». Ma tale categoria ha tante sfumature in Italia, e quindi non è proprio regolare la vita di un migrante che ha il divieto assoluto di lavorare fino al giudizio della Commissione che deciderà se si tratta di un rifugiato o no. Quindi, nonostante per Mehmet diventare rifugiato sia la cosa più importante - anche affinché uno stato straniero riconosca le persecuzioni a cui è stato sottoposto in «patria», cioè in Turchia - nel frattempo sarebbe ben felice di avere in tasca un permesso di soggiorno per lavoro, visto che per campare sgobba otto ore al giorno.

Seconda bella notizia per Mehmet: è ormai certo che anche i richiedenti asilo possono accedere alla sanatoria, e - come è giusto - senza rinunciare alla procedura per lo status di rifugiato. Ma dove è possibile semplificare le cose, arriva la complicazione. «Siccome per partecipare alla sanatoria occorre presentare un documento valido per l'espatrio, tipo il passaporto, i richiedenti asilo sono automaticamente esclusi», dichiara l'avvocato siciliano Fulvio Vassallo Paleologo. «La cosa è semplice - spiega l'avvocato dell'associazione Casa dei diritti sociali, Giusy D'Alconzo - per una persona che accusa il proprio paese di origine di persecuzione personale, è impossibile avere un contatto con l'ambasciata. Anzi, qualsiasi contatto ufficiale con il proprio paese determina automaticamente il decadere dei presupposti per dichiararsi rifugiato. E questo è anche giusto».

Insomma, anche questa volta i richiedenti asilo sono l'ultima ruota del carro, un fatto «marginale». E se la storia di Mehmet ben rappresenta la tipica situazione di centinaia di profughi sparsi per il paese, ci sono anche i casi assai particolari. Come la si mette con le persone che provengono, per esempio, dall'Iraq e che non hanno la propria ambasciata in Italia? «Da un lato è vero che la certificazione di identità è requisito indispensabile nella normativa che riguarda lo straniero - spiega Sergio Briguglio, esperto di immigrazione - ma dall'altro si può prevedere una sorta di deroga: cioè permettere al richiedente asilo di partecipare alla regolarizzazione e, se venisse rifiutata la domanda d'asilo, allora chiedere il passaporto».

Ovvero, la soluzione si può trovare: «Nelle scorse sanatorie bastava allegare una fotocopia del permesso di soggiorno per richiedente asilo, dove c'è una fotografia, i dati della persona, e persino le impronte digitali, molto prima della sparata del governo sul tema», ricorda Paleologo. Le associazioni aspettano da giorni una circolare che risolva questo paradosso. Se la circolare arrivasse, per Mehmet sarebbe la terza (e definitiva) bella notizia.