Commissione
per le politiche di integrazione degli immigrati
SECONDO RAPPORTO
SULL'INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA
1. La
struttura di questo rapporto
Il rapporto di quest'anno
si divide in tre parti. La prima propone un modello di individuazione di
indicatori di integrazione e ove possibile di loro applicazione empirica,
rappresentando una sorta di primo tentativo di «integrometro», pensato per
facilitare la comparazione non solo nel tempo e con altri paesi, ma anche in
Italia tra nazionalità diverse e tra diverse realtà territoriali. Si tratta di
un tentativo, che presentiamo con tutte le cautele del caso. Questo
«integrometro» sintetizza anche dati forniti ed analizzati più analiticamente
nella seconda parte, in cui vengono aggiornati alcuni capitoli dell'anno
scorso, che corrispondevano, in fondo, agli argomenti classicamente trattati da
chi si occupa di integrazione, anche se con una chiave interpretativa nuova, pensata
dalla nostra Commissione e già proposta nel precedente rapporto. Rispetto allo
scorso anno, abbiamo cercato di indagare su aspetti diversi dei vecchi temi. La
terza parte approfondisce singole aree tematiche, che abbiamo giudicato
particolarmente importanti, sia perché hanno attirato in positivo ed in
negativo l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media (il lavoro, l'Islam in
Italia, i rom e sinti, il contrabbando e la tratta di esseri umani, la
sicurezza, che abbiamo visto per una volta con gli occhi degli immigrati), sia
perché sono state oggetto di direttive europee (i ricongiungimenti familiari e
la famiglia immigrata, la discriminazione). Abbiamo dedicato un capitolo a sé
anche al tema classico e già ampiamente trattato del lavoro, perché è stato uno
degli aspetti dell'immigrazione che è entrato con maggiore decisione nel
dibattito pubblico nel nostro paese, modificandone i termini.
Cercheremo di
sintetizzare e interpretare i dati che emergono dal nostro rapporto alla luce
dei parametri di integrazione, intesa come rispetto dell'integrità della
persona e come costruzione di relazioni non troppo conflittuali tra nazionali,
immigrati e nuove minoranze. Nell'analizzare la sfera dell'integrità della
persona, le condizioni di vita degli immigrati, valuteremo anche l'impatto
della legge Turco-Napolitano e più in generale dell'azione pubblica per
evidenziarne eventuali disfunzioni su cui intervenire, ma anche ragioni di
soddisfazione per il suo funzionamento.
Cercheremo di
rilevare, almeno in parte, le azioni più importanti che possono aver influito
sulla modificazione delle relazioni tra nazionali e nuove minoranze, e di
individuare temi e ragioni di conflitto, timori e pregiudizi reciproci, ma
cercheremo anche di verificare la fondatezza di tali timori. Per fare questo
utilizzeremo anche alcune inchieste e ricerche demoscopiche da noi
commissionate e seguite con interesse [Ispo 2000, Next 2000, A.Me.Cu 2000,
Lostia 2000, Tognetti, cfr. cap. 3.3]. Si tenterà infine di capire quanto
l'azione pubblica sia stata capace di affrontare i problemi che generano timori
e conflitti e quanto sia stata capace di comunicare con efficacia gli eventuali
successi. Si darà sinteticamente conto delle principali decisione prese a
livello europeo, sia a livello di Unione, sia in alcuni paesi membri, in quanto
le prime costituiscono insieme un vincolo all'azione pubblica italiana, ma, in
parte, anche il risultato di tale azione; e in quanto le seconde ci indicano
convergenze e divergenze del nostro paese, linee politiche che lasciano più o
meno sperare nella costruzione di condizione di vita accettabili per tutti i
residenti, nell'edificazione di rapporti, di civile convivenza tra tutte le
culture presenti nella regione Europa.
2. Integrazione come
rispetto dell'integrità della persona: segnali positivi e negativi nelle
condizioni di vita degli immigrati
Ad un solo anno di
distanza, sotto un profilo materiale, le condizioni di integrità degli
immigrati in Italia non sono mutate di troppo, né poteva essere altrimenti. Ci
sono segnali che confermano la stabilizzazione di una parte cospicua
della nostra immigrazione. Gli alunni stranieri nelle scuole materne,
elementari, medie e superiori iscritti nell'anno 2000‑2001 sarebbero
140.000, secondo stime Caritas [Pittau 2000]; gli iscritti nell'anno 1999‑2000
sono stati 119.679 (l'1,5% sul totale) secondo i dati del ministero della
Pubblica Istruzione. I nuovi nati da genitori stranieri sono il 4% del totale.
Si assiste ad un cospicuo flusso di ingressi per
motivi familiari
(45.238, nel 1999), (1) che costituisce
un indicatore di maggiore integrità, in quanto segnala una percezione di
maggiore stabilità e sicurezza, e un'intenzione di fermarsi. Il
ricongiungimento dovrebbe altresì agire come fattore capace di migliorare le
condizioni complessive di integrità delle persone e delle
famiglie coinvolte.
Esso rappresenta infatti la chiusura della dura fase del distacco e della
separazione. Tuttavia sappiamo che la famiglia ricongiunta deve affrontare
difficoltà, in parte già evidenziate nel rapporto dello scorso anno e nel
seminario tematico da noi organizzato (2)
che sono meglio analizzate nel terzo capitolo della terza sezione. Il
ricongiungimento può infatti generare spaccature: figli e coniugi che arrivano
controvoglia, il cui status sociale si capovolge da parente del ricco emigrato
a parente del povero immigrato, mariti ricongiunti il cui ruolo di capofamiglia
viene messo in crisi da una moglie immigrata prima, con maggiori contatti e
capacità di guadagno [Lostia 2000; capitolo 3 della Terza Parte). Il ruolo
tradizionale di madre della donna immigrata, sia che il figlio sia nato in
Italia sia che sia ricongiunto, viene spesso criticato nelle sue traduzioni
pratiche come disattento, assenteista, inadeguato dall'ambiente che circonda la
famiglia, ad esempio dagli assistenti sociali, in particolare nei confronti
delle madri singole. La famiglia ricongiunta, trapiantata o cresciuta fuori
della propria; patria ha necessità abitative che non sempre riesce a risolvere.
Talvolta l'appartamento adeguato, affittato per rispondere ai requisiti richiesti dal regolamento attuativo della
legge Turco‑Napolitano (3) viene
poi abbandonato perché troppo caro, e la famiglia può ricadere in condizioni di
sovraffollamento rischiose per l'igiene e la salute dei suoi componenti (cfr.
Prima Parte, tabella 17). Tuttavia la presenza della famiglia segnala
soprattutto ‑ come si diceva ‑ l'assenza di situazioni di malessere
estremo. Così vediamo una particolare diffusione di condizioni abitative
«nulle» (nel senso della condizione di homeless) o disagiate tra i
marocchini, che sono più spesso maschi singoli.
La percezione stessa
del successo o dell'insuccesso, sondata in una nostra ricerca ancora in corso
[A.Me.Cu 2000], è più o meno collegata alla famiglia, oltre che al paese di
origine, piuttosto che all'Italia. Così i marocchini mostrano un atteggiamento
più individualista e proiettato al paese di origine, rispetto ai cingalesi che guardano
sempre alla patria come luogo in cui valutare il successo ma pensano
soprattutto ai figli, per i quali l'Italia appare troppo provinciale, poco
poliglotta (4) con un sistema di
istruzione scadente. Al contrario le minoranze albanesi, specie se
professionalizzate, vedono il successo in una dimensione più personale, ma lo
vogliono in Italia, e si lamentano perciò delle discriminazioni che dal quel
successo tutto italiano li separano; anche i peruviani pensano al successo rivolti
soprattutto all'Italia, ma lo vogliono, più che per sé, per i propri figli.
Ma la famiglia e la
stessa possibilità di riprodursi sono per molte donne immigrate
un'impossibilità. Gli orari di lavoro prolungati, l'assenza di un'abitazione
propria, l'attività di prostituta, che è diffusa in alcune comunità, che va
molto al di là delle donne costrette con la forza o il ricatto, ed è valutabile
intorno alle 20‑30.000 persone (Terza Parte, capitolo 6), hanno provocato
un divario nella pratica dell'aborto tra italiane e immigrate: l'incidenza
dell'aborto volontario è circa il triplo (28,7 per mille, contro 9 per mille
tra le italiane, secondo i dati forniti dalla Relazione sullo stato sanitario
del paese 1999 esaminati nella Seconda Parte, capitolo 3). Si rileva
altresì un tasso di incremento del 1,3 per mille dal 1995. (5) Si può ritenere che vi sia stato tra il 1995 e
il 1998 un tasso di incremento analogo nelle gravidanze in generale, in
quanto è simile il tasso di crescita di quelle portate a termine, che si
esprime con un aumento dei parti, e ciò potrebbe spiegare la maggior crescita
degli aborti delle straniere. Questo non rappresenta comunque un motivo di
conforto: il divario rispetto alle italiane è troppo ampio. Inoltre, inchieste
effettuate a Milano, Firenze e Prato (6)
hanno messo in evidenza il fatto che tra le motivazioni ad abortire c'è, specie
tra le lavoratrici domestiche, la pressione esercitata dalle datrici di lavoro.
Questa constatazione mette crudamente in evidenza un fenomeno più generale, e
cioè che le funzioni di cura dei bambini dei paesi ricchi, delegate in parte a
donne dei paesi poveri, priva quelle donne della possibilità di essere madri, o
almeno priva i loro bambini delle cure materne dirette. Si innesta una catena
di delega nelle funzioni di cura, per cui ai figli della emigrata ‑ in
mancanza di un padre, di una nonna o altro parente ‑ bada un'altra madre
che a sua volta delega il proprio ruolo ad una figlia un po' più cresciuta
[Hochschild 2000]. (7)
In questo secondo
rapporto (Seconda Parte, capitolo 3) emerge più chiaramente ‑ come fa
osservare Marceca ‑ un modo d'uso specifico della sanità pubblica da
parte degli immigrati: si va solo nei casi estremi e si usa il day hospital per
stare poco. La salute è un lusso, così come lo è la sicurezza sul lavoro: non
si hanno purtroppo rilevazioni sistematiche sugli incidenti occorsi ad
immigrati, ma ricerche locali, quali quelle di Arzignano, danno risultati
preoccupanti. Si sa poi che gli incidenti sul lavoro vengono minimizzati per
non creare problemi al datore di lavoro o occultati nei casi diffusi di lavoro
nero.
Ad alcune comunità
immigrate, ed in misura più netta alla minoranza rom e sinti, anche per coloro
tra gli zingari che sono cittadini italiani, si applica la classica sindrome
del malessere che accompagna l'esclusione: abitazioni malsane o addirittura
assenza di alloggio, disoccupazione, lavori precari o mancanza di lavoro,
quindi incertezza del reddito, bassi livelli di scolarità, scarsi rendimenti a
scuola e abbandoni scolastici, malattie tipiche della povertà e della
marginalità culturale, quali le nascite sotto peso e l'alta mortalità
perinatale, il maggior tasso di incidenti sul lavoro, i maggiori livelli di
devianza, anche se non necessariamente orientati alla criminalità «pesante». I
pezzi di questa sindrome sono fortemente interconnessi e vanno affrontati con
interventi integrati, come emerge, in particolare, dalle riflessioni sulla condizione
degli zingari non solo in Italia (Terza Parte, capitolo 7). Sono la carenza e
l'incertezza del reddito che obbligano ad accettare abitazioni malsane e
insicure, e questo spiega una parte cospicua della più alta propensione ad
ammalarsi. La percezione di un ambiente nazionale ostile, la precarietà legata
talvolta alla condizione di irregolare fanno capire la riluttanza a mandare i
figli a scuola, una più alta elusione scolastica che riguarda in modo acuto gli
zingari ed in modo meno grave i figli di immigrati. La condizione di
irregolare, l'incertezza del reddito, la famiglia lontana spiegano pure gli
stati di ansia.
Così la ricerca de
«Le Nove», che presentiamo nel capitolo 4 della Terza Parte, mostra che la
sicurezza cresce e l'ansia diminuisce man mano che il tempo passa anche in
quanto, presumibilmente, gli immigrati entrati irregolarmente hanno ottenuto un
permesso di soggiorno. Inoltre la legge Turco‑Napolitano ha messo a
disposizione importanti strumenti, che hanno cominciato a funzionare, in particolare
il sostegno all'apprendimento dell'italiano come lingua seconda e lo studio
della lingua d'origine, che a volte viene considerato un passo necessario per
apprendere meglio la lingua del paese ospite. Ma il contenimento delle spese
scolastiche ha colpito in generale il sostegno, e quindi il doppio supporto
all'italiano e alla lingua di origine appare insufficiente (Seconda Parte,
capitolo 4), mentre i dati sul ritardo scolastico non sono confortanti,
analogamente a quelli sull'apprendimento dei bambini rom [Brazzoduro 2000;
Terza Parte, capitolo 7).
Per quanto concerne
l'insegnamento della lingua italiana si stanno facendo però anche passi avanti.
Alla proposta, da noi avanzata lo scorso anno, di introdurre un diploma di
lingua italiana, stanno lavorando congiuntamente il ministero della Pubblica
Istruzione e il Dipartimento degli Affari Sociali. Corsi di lingua e cultura
italiana diretti insieme a bambini e adulti hanno dato risultati incoraggianti.
Il riconoscimento dell'importanza della lingua veicolare come strumento di
integrazione è alla base del progetto pilota per la costituzione di un sistema
nazionale per l'insegnamento dell'italiano di base agli immigrati adulti. Agli
strumenti messi a disposizione dalla legge n. 40 se ne sono aggiunti di nuovi,
o un uso nuovo dei vecchi. Pensiamo all'esperimento di insegnamento della
lingua italiana nelle fabbriche del Nord‑Est, pensato dalla «Commissione
per l'integrazione dei lavoratori immigrati» (8)
istituita su base temporanea allo scopo di fare proposte per l'integrazione
all'interno delle aziende, in particolare rivitalizzando l'istituto delle 150
ore. Si tratta di una proposta diretta non solo a favorire l'integrazione, ma
anche la prevenzione degli incidenti sul lavoro. Altre iniziative, più consuete
perché inserite nell'utilizzazione dei fondi che la legge Turco-Napolitano
destina alle misure di intercultura e di integrazione, hanno suscitato
polemiche: si pensi ai corsi di lingua araba finanziati dalla Regione Emilia
Romagna. (9) L'ostilità al mantenimento
anche della lingua del paese di origine contrasta con il ruolo attivo che il
governo italiano ha sempre avuto per il sostegno della lingua italiana per le
proprie comunità di emigrati all'estero, ma anche con la realtà dei movimenti
migratori, che presentano spesso forme di stagionalità, di lungo pendolarismo,
di ricambio tra parenti, di veri e propri rientri, che danno luogo a reti di
relazioni mobili nelle quale una competenza sulla lingua del luogo d'origine è
necessaria. Ed è quanto sta avvenendo anche in Italia, come mostra tra l'altro
una ricerca da noi commissionata al Cespi [2000a]. Nel 1999 sono stati
rilasciati ben 834.776 visti per affari, turismo, missione. Dietro questi visti
si nasconde anche una realtà di lavoro a turnazione, tra membri della stessa
famiglia o dello stesso villaggio, che in tal modo riescono a soggiornare
almeno legalmente. Questo ci ricorda ‑ come ha fatto notare Pugliese ‑
il gran numero di visti turistici rilasciati in Germania agli italiani negli
anni della ricostruzione.
Persino rispetto
alla questione rom, caratterizzata da una notevole trascuratezza dell'azione
pubblica, che ha procurato all'Italia reprimende da parte di organismi
internazionali, si sono registrate a livello locale esperienze interessanti
[Opera Nomadi 2000]. Una di queste è stata accompagnata da inevitabili
polemiche: si tratta del progressivo svuotamento dei Campo nomadi del Casilino
Settecento a Roma, e del trasferimento di coloro che ne avevano diritto in
villaggi e campi più piccoli e ristrutturati. Più in generale, a Roma si è
pensata una strategia complessiva: si è perseguito il recupero della legalità
(l'esclusione dei devianti, degli irregolari e dei benestanti dall'uso di
strutture pubbliche, la subordinazione della concessione delle abitazioni
all'accettazione di certe regole, quali la disponibilità a mandare i bambini a
scuola). (10) Tuttavia, come emerge dal
capitolo 7 della Terza Parte, dedicato ai rom, non basta barattare l'istruzione
in cambio della casa; se vogliamo che l'istruzione renda, occorre che la scuola
non venga percepita come un ambiente che fa sentire gli scolari zingari
inadeguati, che disprezza e vuole cancellare la loro cultura e quella dei
genitori.
Come si è detto
però, in questo come più in generale nell'integrazione degli immigrati si sono
registrati esperimenti interessanti soprattutto a livello locale [Cespi 2000b].
A livello centrale appare interessante l'introduzione, sul modello francese, di
un «Numero verde contro la discriminazione», attualmente in fase di
progettazione presso il Dipartimento Affari Sociali. (11)
Ma è dal mondo del
lavoro che viene il numero maggiore di segnali positivi. Gli immigrati
costituiscono ormai il 3% degli occupati. Il ciclo positivo dell'economia
italiana aumenta l'offerta di lavoro anche nel settore formale e consente
quindi la messa a disposizione di posti di lavoro "in bianco" per una
quota di immigrati prima relegata nel sommerso. Tuttavia il numero di immigrati
che lavora nell'economia informale aumenta dal 31,2% al 38,3% nel 1999. Forse ‑
come ipotizza Reyneri (Terza Parte, capitolo 1) ‑ anche a causa della
maggiore capacità e accuratezza di indagine: l'aumento si deve infatti in gran
parte alla provincia di Latina (dove il numero delle ispezioni cresce di quasi
il 50%). L'ampiezza delle recenti regolarizzazioni, che imponevano la
condizione di occupato o di titolare di un'offerta di lavoro come requisito, è
un buon indicatore delle opportunità di emersione, del resto gli stessi tempi
lunghi delle procedure di regolarizzazione hanno prodotto irregolarità: chi era
in attesa non aveva scelta (in un primo momento con il solo cedolino non ci si
poteva iscrivere, successivamente ‑ dietro pressione delle associazioni ‑
il ministero ha consentito l'avviamento al lavoro anche senza libretto di
lavoro). Le regolarizzazioni nel soggiorno hanno tuttavia prodotto soprattutto
un nuovo flusso di lavoro legale: nel 1999 sono stati rilasciati circa 80.000
nuovi libretti a stranieri. Reyneri suggerisce di considerare come indicatore
delle opportunità per gli immigrati di restare nel mercato regolare del lavoro
il minor numero di permessi di soggiorno non rinnovati, dopo le recenti
regolarizzazioni: questo segnala la diminuzione del rischio di ricaduta nella
condizione di irregolare. Tuttavia il tasso di ricaduta nella irregolarità,
rispetto al permesso di soggiorno, è ancora notevole. Anche tenendo conto del
fatto che i mancati rinnovi includono coloro che si trasferiscono in altri
paesi o rientrano in patria, essi rimangono ancora molto alti: circa 85.000. E’
una cifra simile a quella degli ingressi legali, cifra che si ottiene sommando
le quote annuali e i ricongiungimenti familiari che, in Italia, a differenza
che in altri paesi, sono fuori quota. In Italia abbiamo avuto quest'anno 63.000
ingressi sulla base del «decreto flussi», mentre, soltanto tra gennaio e agosto
2000, si erano già verificati 30.082 ingressi per ricongiungimento familiare.
In un contesto in cui cresce la domanda di lavoro immigrato, la condizione di
regolare appare meno precaria di prima, ma non è comunque facile da mantenere.
Essere in regola con il permesso di soggiorno costituisce una fatica di Sisifo,
la continua ricostruzione di una condizione giuridica esposta a continua
distruzione. La tavola rotonda, organizzata dalla nostra Commissione (12) su alcuni aspetti perversi della legge n. 40
e della sua applicazione, ha messo in evidenza il fatto che l'aver introdotto
la possibilità di restare disoccupati per un anno senza perdere il permesso di
soggiorno non ha costituito un vantaggio per gli immigrati realmente
disoccupati o, più spesso, occupati in nero. Come evidenzia una ricerca da noi
commissionata all'Asgi [2000] questa misura ha di fatto tolto discrezionalità
alle questure che prima potevano concedere il rinnovo per «attesa occupazione»:
l'anno è diventato un tetto massimo che prima non c'era (13) . Il collegamento tra occupazione e rinnovo
del permesso di soggiorno si trasforma in un continuo rischio di ricaduta nella
irregolarità, in un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da
un'ampia quota di economia informale: una Comunicazione della Commissione
europea del 1998 stimava che il sommerso in Italia concorresse al prodotto
interno lordo per il 20-26%. Secondo i dati dell'ispettorato del lavoro il
26,1% degli immigrati che lavorano in nero sarebbero regolari, quindi in una
condizione sospesa. Perciò mentre il Testo Unico prevede (articolo 5, comma 5)
che il permesso di soggiorno possa essere revocato quando vengano a mancare i
requisiti previsti per il suo rilascio, inclusa la «disponibilità di un reddito da lavoro o da altra fonte lecita»,
il regolamento attuativo consente una temporanea autocertificazione (articolo
13) ed il Consiglio di Stato, partendo dal presupposto che le limitazioni alla
libera circolazione degli individui si giustifichino per ragione di ordine e
sicurezza, ha giudicato ingiustificata l'espulsione di uno straniero che si
comporti correttamente. (14) Gli
immigrati non solo sono sfruttati come lavoratori in nero, ma posti fuori legge
per il fatto di non poter dichiarare il proprio status lavorativo ed i propri
redditi, messi in condizione di non poter rientrare nel settore formale
dell'economia.
Staccare il permesso
di soggiorno dal lavoro costituirebbe un ulteriore incentivo ad allargare
l'economia informale. E’ bene però che l'opinione pubblica sia informata del
fatto che la gran parte dei clandestini e degli irregolari sono lavoratori e
che la clandestinità si sconfigge con un operazione di faticoso grande rientro
nella legalità che riguarda anche gli italiani come datori di lavoro.
Questa
considerazione ci consente di interpretare con ottimismo un segnale positivo e
cioè la diminuzione di iscritti al collocamento: anche tra questi immigrati,
ufficialmente disoccupati, sii nasconde una buona dose di lavoratori precari.
Le recenti inchieste svolte sulle liste di collocamento hanno messo in evidenza
non solo
per gli italiani, ma
anche per gli stranieri la presenza di un'ampia percentuale di persone che
lavorano in attività informali o sotto soglia in termini di ore lavorate.(15)
Un segnale invece
negativo, anche se fisiologico in processi migratori relativamente giovani come
i nostri, è costituito dal fatto che gli immigrati restano relegati nei lavori
manuali poco specializzati. Il 76,5% è costituito da operai generici. La nostra
economia ha bisogno invece oggi di una maggiore offerta di specializzati
[Sciarrone e Santi 2000], sia operai che impiegati, ed ha bisogno altresì di
alte qualifiche. Ci sono segnali positivi nell'ultimo biennio: 1.500 assunzioni
hanno riguardato professioni intellettuali, scientifiche e tecniche di
alto livello, mentre 5.500 lavoratori sono stati assunti in attività
professionali intermedie. La costruzione di un'anagrafe dei lavoratori iscritti
nelle liste per richieste di permessi di soggiorno per ragioni di lavoro che
tiene conto delle professionalità e della formazione costituisce un'importante
passo avanti operato dal ministero del Lavoro per favorire l'incontro tra domanda
e offerta a distanza, e per valorizzare le professionalità. Una
sperimentazione è in atto in Albania con il supporto operativo della sezione
italiana dell'Oim (l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Per un
miglior utilizzo qualitativo della quota degli ingressi riservata alla Tunisia
il ministero del Lavoro e della Formazione professionale tunisino ha avviato,
attraverso la pertinente Agenzia di cooperazione tecnica, dei corsi di lingua
italiana riservati ai candidati iscritti alle liste redatte congiuntamente per
l'inserimento nel mercato del lavoro. Corsi analoghi si stanno predisponendo,
anche in collaborazione con l'Istituto italiano di Cultura a Tunisi, per gli
infermieri. Si può peraltro notare che i bacini tradizionali della immigrazione
in Italia (Maghreb, Sud balcanico, Perù, Filippine) non sono caratterizzati da
significative presenze di skills hi‑tech, perché l'Italia non è
competitiva (vedi le osservazioni dei cingalesi nell'inchiesta A.Me.Cu) per
attrarre figure da bacini ricchi di tali professionalità.
La persistente
segregazione verticale, nelle zone basse della occupazione può dar luogo nel
tempo a veri e propri fenomeni di discriminazione, un pericolo che avevamo già
prospettato nel primo rapporto e che si conferma nel secondo. La ricerca della
Commissione condotta da Emilio Reyneri, in collaborazione con la Provincia di
Milano, sulle pratiche di regolarizzazione ha mostrato un altro tratto
interessante e positivo dell'attività immigrata: l'aumento delle piccole
imprese e il consolidamento delle catene migratorie. Come abbiamo già detto, la
possibilità di dimostrare la condizione di essere oggetto di un'offerta di
lavoro o di essere lavoratore autonomo costituiva un requisito necessario per
vedere accolta la domanda. Dalla ricerca è emersa una notevole presenza di
piccole imprese, specie egiziane, che assumono connazionali. Il fatto che i
titolari di impresa abbiano spesso alle spalle un'esperienza di lavoro
subordinato fa presumere un modello di «carriera» sano e consapevolmente
perseguito [Conticelli 2000]. Non ci nascondiamo la possibilità che la
dichiarazione di lavoro autonomo celi piccole pseudo‑imprese che
costituiscono la copertura per un lavoro subordinato precario, un ripiego
rispetto al lavoro subordinato [Ambrosini 1999], né si può escludere che
l'offerta di lavoro da parte di un connazionale possa costituire un «favore non
gratuito», tuttavia il fenomeno emerge con consistenza tale da far supporre
importanti basi reali. Questo segnale positivo di mobilità corregge almeno in
parte il segnale negativo della segregazione verticale. Inoltre, il
consolidamento di certe comunità in certi mestieri ‑ pensiamo, per il
lavoro autonomo, agli egiziani nel settore della panificazione e ai cinesi
nelle imprese manifatturiere e nella ristorazione ‑ è una prova in più
del fatto che anche in Italia l'immigrazione si sta stabilizzando, sta entrando
in una fase più matura. Non esiste necessariamente una vocazione nazionale a
certi mestieri: gli egiziani, che in Italia si concentrano nella panificazione
(pizzerie in particolare), in Francia si dedicano alla costituzione di piccole
imprese edili. Il più delle volte la specializzazione di alcune nazionalità in
certi mestieri è semplicemente un segnale di stabilizzazione, e di capacità di
cogliere con efficacia segnali di mercato. I primi arrivati trovano lavoro,
chiamano conoscenti e parenti, rispetto ai quali funzionano come una sorta di
garanzia di affidabilità, nel caso in cui anche essi svolgano lo stesso lavoro
subordinato, e rispetto ai quali possono agire da datori di lavoro, se e quando
aprono attività in proprio.
Le comunità
immigrate sono dunque qui per restare e per costituire un elemento strutturale
della crescita economica italiana. Più in generale, come affermato anche nel Consiglio
europeo di Tampere (15‑16 ottobre 1999), e come è stato ribadito nella
recente Comunicazione della Commissione Europea (22 novembre 2000), l'immigrazione
rappresenta un elemento strutturale della crescita economica dell'intero
vecchio continente, tanto più importante alla luce della stasi demografica che
lo caratterizza.
Dal marzo al luglio
2000 il 10% dei nuovi assunti secondo dati dell'osservatorio Inail è stato
costituito da immigrati, mentre un'inchiesta rivolta agli imprenditori ha messo
in evidenza il fatto che tra i futuri assunti gli immigrati potrebbero
rappresentare un quarto delle nuove leve [Zanfrini 2000]. Per rispondere a
pressanti richieste, il ministero del lavoro ha concesso 20.000 permessi per
lavoro stagionale. (16) Tuttavia, la
proposta di ampliare ulteriormente i flussi non stagionali, rispetto al livello
fissato dal decreto iniziale in 63.000 unità, è stata contrastata
dall'opposizione, che ha invitato a verificare la disponibilità di manodopera
nazionale da recuperare nel bacino della disoccupazione meridionale. Il governo
ha accettato di seguire questo suggerimento. E’ tuttavia chiaro che, se ci
fosse una sufficiente disponibilità alla mobilità dal Sud, questa si sarebbe
già verificata. Ed in piccola misura si è effettivamente verificata, in tempi
recenti, anche grazie all'intervento attivo delle agenzie di reclutamento per
il lavoro interinale. Certamente la compresenza di alti tassi di disoccupazione
al Sud (17) e di carenze di offerta di
lavoro nel Centro e Nord, ma anche in molti bacini dello stesso Sud, sembra un
dato allarmante, e altrettanto certamente si possono pensare forme di
incentivazione ulteriori alla mobilità interna, ma ciò non può che avere
incidenze molto limitate in assenza di radicali rivolgimenti nella
distribuzione territoriale della spesa pubblica, nella regolazione dei mercati
del lavoro, nella loro segmentazione, e così via. In altre parole, sia il
governo che l'opposizione hanno competenze sufficienti per sapere che le
migrazioni interne non possono oggi compensare l'ampliamento dei flussi
migratori. Questo comportamento in un certo senso indifferente ai dati
materiali, ma attento alle retoriche politiche, non si spiega se non facendo un
passo avanti nella rilevazione dello stato di integrazione, guardando cioè ai
dati immateriali e alla dimensione della integrazione intesa come interazione a
basso conflitto.
2. L'integrazione come
interazione a basso conflitto. Gli effetti positivi dell'affermazione pubblica
della necessità dei flussi,gli effetti negativi di una strategia di inimicizia
dall'alto
Potremmo dire che
nel 2000 si è realmente verificata una svolta nel modo di porre in Italia la
questione della integrazione, e che questa ha riguardato non tanto il versante
dell'integrità delle persone, quanto quello dell'interazione tra nazionali e
minoranze immigrate. I mutamenti verificatisi nell'opinione pubblica a questo
proposito hanno peraltro solo in parte origine e corrispondenza nei comportamenti
delle élite, a loro volta tutt'altro che omogenei. Infatti da parte delle
élite, ovviamente non le stesse, si è verificata da un lato una decisa apertura
al lavoro immigrato, e dall'altro una chiusura alle persone degli immigrati e
alle culture minoritarie.
Nel 2000, per la
prima volta e con forza, le organizzazioni dei datori di lavoro hanno
sottolineato le carenze strutturali di manodopera e hanno esplicitamente
richiesto un ampliamento dei flussi di ingresso. (18)
Questa presa di posizione ha avuto il suo momento culminante nel principale dei
molti importanti convegni (19) in tema
di immigrazione organizzati per il 2000 dall'Agenzia romana per la preparazione
del Giubileo, «Migrazioni, scenari per il XXI secolo», tenutosi a Roma dal 12
al 14 luglio. In questa occasione la necessità strutturale dell'immigrazione
per contribuire ai deficit attuali e futuri viene ribadita non solo da alcuni
interventi e dalle ricerche presentate nei due volumi preparatori [Agenzia
romana per la preparazione del Giubileo 2000], ma anche dalle dichiarazioni del
Presidente del Consiglio (20) e del
Governatore della . Banca d'Italia. (21)
E questo si riverbera almeno in parte sull'opinione pubblica che ‑ come
vedremo ‑ non solo accetta la tesi che il lavoro immigrato copre mansioni
sgradite agli italiani, ma è disposta ad attribuire agli immigrati una sorta di
statuto di uguaglianza sui luoghi di lavoro. Tuttavia, l'opinione prevalente
tra gli italiani è che non si debbano ampliare i flussi legali, neanche di
fronte alle necessità economiche, mentre si spera nella possibilità di una
nuova grande migrazione dal Sud. Questo spiega la reazione dei politici,
apparentemente pronti a seguire piuttosto che a correggere gli atteggiamenti
irrazionali degli italiani nei confronti dell'immigrazione, ma poco disposti a
dar credito a queste stesse richieste quando sono ragionevoli e fondate. Così
in passato gli italiani sono stati poco ascoltati quando chiedevano maggior
rispetto della legalità; lo sono poco oggi, quando chiedono più diritti per gli
immigrati regolari, specie se lungo residenti.
L'anno santo 2000
introduce un'altra innovazione nelle relazioni tra maggioranza e nuove
minoranze: il timore dell'invasione islamica, la paura di uno sconvolgimento
delle nostre tradizioni. Proprio nell'anno giubilare abbiamo assistito ad una
promozione di inimicizia e di intolleranza, ad un'attivazione (o almeno ad una
legittimazione) di rapporti conflittuali dall'alto: da parte di autorità
religiose, di studiosi, di leader di partito.
La destra italiana
che nel suo complesso, fino a pochi anni or sono, era portata ad esempio anche
da studiosi stranieri per le sue prove di apertura e di rispetto nei confronti
degli immigrati [Perlmutter 1996], vede nell'anno 2000 il passaggio delle
posizioni di intolleranza religiosa e di aggressività xenofoba dalle frange e
dai margini di quella coalizione al suo nucleo duro, nel quale la Lega svolge
ora un ruolo importante e talvolta di traino. Un primo passo verso
l'incentivazione di rapporti conflittuali era venuto dalla proposta di
referendum abrogativo della legge Turco‑Napolitano organizzata dalla
Lega, proposta che era stata dichiarata inammissibile dalla Corte
costituzionale (sentenza 3/7.2.2000 n. 31).
(22) Un altro importante passo verso l'accentuazione del conflitto
è venuto dalla proposta di legge di iniziativa popolare Bossi‑Berlusconi,
sia perché essa è stata lanciata nel marzo 2000, in occasione della campagna
elettorale per le elezioni regionali, sia perché con questo atto si rompe un
atteggiamento sostanzialmente moderato nei confronti dell'immigrazione, tenuto
negli anni passati, almeno a livello centrale, dagli esponenti di Forza Italia
e di Alleanza Nazionale, un atteggiamento che aveva certo contribuito
all'accettazione di Forza Italia tra i popolari e di An nel gruppo di
tradizione gollista al Parlamento Europeo.
(23)
Le manifestazioni
pubbliche della xenofobia diventano impudiche e insieme ridicole. Ricordiamo,
nell'anno santo 2000, la marcia di Lodi contro la concessione di un terreno per
la costruzione di una moschea, nella quale si minacciava di spargere su tale
terreno escrementi di maiale. Ricordiamo la richiesta del sindaco del comune di
Rovato, nel Bresciano, ai non cristiani di passare ad almeno 15 metri dalla
chiesa principale, o la inquietante boutade di un sindaco del Nord‑Est
che ha suggerito di vestire gli immigrati da conigli e di aprire la caccia. Si
tratta di una xenofobia che potrebbe salire dalle cantine al piano nobile della
Casa delle Libertà. Fortunatamente questa ascesa appare in buona misura
contrastata dai leader più responsabili e avveduti della coalizione di centro‑destra,
dalle personalità pubbliche più interessate a non incrinare le proprie
relazioni con i gruppi parlamentari a livello europeo, con le associazioni
partitiche internazionali, con una società civile ostile alle aggressioni. Si
tratta di una prudenza fondata: in effetti, le posizioni espresse con più
nettezza dalla Lega, ma tollerate anche da altre componenti del centro‑destra,
sarebbero impensabili per partiti che avessero serie aspirazioni di governo in
altri paesi democratici, e non sono condivise dalla maggioranza degli
italiani. E’ auspicabile che sia stata
questa ragionevole prudenza a consigliare di disdire la marcia di Verona. Gli
Stati Uniti, che hanno cercato a lungo di stemperare le minoranze nel melting
pot, in un crogiolo apparentemente universale, ma di fatto
asimmetricamente inteso, in cui prevalesse in ultima analisi la componente
bianca e protestante, hanno prima accettato ebrei e cattolici, e stanno ora
accettando orientali, ispanici e islamici. I cittadini americani hanno potuto
vedere, nel 1999, il loro presidente Clinton ricevere una rappresentanza delle
comunità islamiche nei giardini della Casa Bianca ed affermare pubblicamente di
considerare l'Islam «una religione degli Stati Uniti d'America». In quel paese,
uno Stato importante come il New Jersey certifica la qualità di trattamento
secondo le prescrizioni religiose islamiche dei cibi messi in commercio sul suo
territorio (Zolberg 2000). La Francia, in teoria assimilazionista e
repubblicana, ha prima accettato di concedere alcune autonomie alla minoranza
ebrea, e le sta ora estendendo a quella islamica [Martiniello 2000].
In Italia, invece e
purtroppo, nell'anno che è oggetto di questo rapporto, atteggiamenti di
radicale rigetto e crociate anti-islamiche hanno trovato un humus favorevole o
quanto meno una debolezza di barriere e di contrasti adeguati nelle posizioni
ufficiali di alcuni vescovi, nei pamphlet e negli articoli di accreditati
studiosi. Una parte non trascurabile delle élite religiose, politiche ed
intellettuali italiane si è adoperata in questo anno per avvalorare luoghi
comuni, basati su cospicui errori di fatto, e/o su principi improponibili.
Contrastare questi atteggiamenti, e richiamare ad una lucida comprensione della
realtà è un dovere per chiunque creda in una politica di integrazione
ragionevole, nella costruzione di relazioni a basso conflitto.
Proprio per questo
abbiamo dedicato un capitolo della Parte terza del rapporto, di carattere
tematico, ad una breve illustrazione dei fondamenti religiosi dell'Islam, e
delle reali relazioni tra Stato e religione, in particolare alle relazioni che
si instaurano quando l'Islam si «deterritorializza», quando cioè emigra ed
interagisce con contesti culturali nei quali è minoritario. Per le stesse
ragioni abbiamo presentato una breve sintesi delle richieste che le comunità
islamiche in Italia avanzano davvero [Aluffi 2000; El Ajubi 2000], al di là dei
timori immaginari e degli incubi di cui amano nutrirsi commentatori disinvolti
e politici immaginosi.
In questa
introduzione trattiamo brevemente solo gli argomenti più spesso proposti dai
detrattori dell'Islam. Così ricordiamo che il vergognoso costume delle
mutilazioni sessuali femminili è legato ad alcune aree geografiche, non certo
alla religione islamica: è diffuso, ad esempio, in Etiopia presso i cristiani
coopti e gli animisti. Purtroppo si tratta di una pratica che difficilmente si
combatte solo con la legge, così come sarebbe stato difficile, nel nostro
recente passato, combattere solo con la legge la pratica del delitto d'onore o
del matrimonio riparatore in caso di rapimento e stupro. Perciò accade che
l'Egitto, che vieta per legge la pratica delle mutilazioni, sia purtroppo uno
dei paesi che ne sono più colpiti. (24)
E’ quindi importante che il governo italiano si impegni ulteriormente in
un'opera sia di repressione, sia di sensibilizzazione dei genitori immigrati
dalle aree a rischio di mutilazioni sessuali.
La poligamia,
invece, altra ragione di diffidenza nei confronti dell'Islam, non è in
contrasto con il Corano, anche se su questo punto esistono dispute dottrinarie.
Essa venne accolta a suo tempo nella sharia, nel diritto islamico, come
peraltro nel diritto ebraico, in quanto antico strumento di protezione delle
vedove da parte dei familiari prossimi del marito defunto, anche se in seguito
è stata usata per cumulare relazioni coniugali. E’ tuttavia un istituto in
decadenza ed è presumibile che i tempi della sua obsolescenza si affrettino. Ci
sono già paesi a maggioranza islamica, come la Tunisia e la Turchia, dove è
vietata, altri dove è semi‑vietata e comunque scoraggiata, come l'Egitto
e la Siria. In Marocco è in discussione una proposta di divieto. Si tratta
comunque di una pratica limitata visti i costi economici che essa comporta, (25) e particolarmente limitata nel caso di
migranti, sia perché i costi del mantenimento di una seconda moglie all'estero
sono più alti, sia perché i costumi di chi emigra sono relativamente più moderni.
La direttiva europea sui ricongiungimenti familiari consente il
ricongiungimento di una sola moglie, ma invita a tenere conto dei superiori
interessi dei bambini, un interesse che ha spinto già alcuni giudici a
prevedere eccezioni. In Italia le intese sono possibili solo con associazioni
religiose il cui statuto non contrasti
con l'ordinamento giuridico italiano, secondo il parere del Consiglio di
Stato. (26) E impensabile che la
bigamia entri nell'ordinamento italiano in seguito alla ampia presenza di
minoranze musulmane. Così, ad esempio, in un paese come la Francia, che ospita
circa cinque milioni di musulmani, la poligamia non è entrata nel diritto, né
si è diffusa nel costume dei nazionali più di quanto non lo fosse già nel
passato. Ugualmente, non abbiamo visto donne di origine nazionale francese,
tedesca o belga adottare il foulard, mentre abbiamo visto le seconde e
terze generazioni di ragazze, i cui ascendenti provenivano da paesi islamici,
abbandonarlo. In Italia, una circolare del ministero dell'Interno (24 luglio
2000) ha invitato ad accettare nei documenti di riconoscimento foto con il
fazzoletto in testa, così come con il velo monacale, purché la copertura del
capo sia tale da non impedire la riconoscibilità del soggetto. Molti confondono
il fazzoletto con le varie forme di copertura che possono arrivare persino a
velare gli occhi e che certamente non si possono considerare ammissibili.
Tuttavia, certe pratiche estreme sono presenti in paesi politicamente «amici dell'occidente».
Come ci fa osservare Fuad Allam, nel quinto capitolo della Parte terza, non c'è
un nesso tra fondamentalismo islamico e radicalismo anti‑occidentale: un
paese fondamentalista e terribilmente oppressivo nel confronti delle donne è
l'Arabia Saudita, cui nessuna onorata democrazia occidentale medita di imporre
sanzioni, mentre i talebani, che sono certo classificabili tra i più
detestabili tiranni oggi al potere nel mondo, sono riusciti a prevalere in
Afghanistan con l'appoggio degli Stati Uniti.
Imprecisioni ed
errori di fatto rispetto all'Islam si sono accompagnati a qualcosa di più
grave: ad abbagli nella definizione dei principi. Così, per quanto riguarda la
libertà religiosa e le libertà civili da garantire a casa nostra, si è fatto
riferimento al criterio di reciprocità. Si è proposto di limitare la libertà
religiosa di persone che provengono da paesi dove il cristianesimo è represso.
Si tratta di un'affermazione insostenibile per chi abbia a cuore uno spirito
liberale: non possiamo imitare i comportamenti autoritari di regimi illiberali,
se non vogliamo assumere la loro fisionomia, diventare come loro. Da sempre
l'Europa democratica, con la categoria stessa dell'asilo politico, riconosce e
valorizza l'esistenza di asimmetrie tra le proprie libertà e le illibertà
altrui, ammettendo alle prime chi voglia sfuggire alle seconde. Dovremmo
altrimenti impedire l'iscrizione al sindacato dei lavoratori provenienti dai
paesi in cui non esistono sindacati liberi. Coloro che respingono i diritti di
certe comunità religiose in nome della difesa dell'individualismo non si
rendono conto che proprio la loro pretesa di reciprocità implica una visione
comunitaria, collettiva e compatta dei cittadini di uno stato. Si tratta di una
pretesa che non considera la religione come esperienza individuale e variabile
nel tempo: le persone a cui viene negato il diritto alla pratica religiosa
perché provenienti da uno stato intollerante potrebbero essere individualmente
tollerantissime.
D'altra parte, sotto
il profilo fattuale, non è vero che gli ordinamenti dei paesi a maggioranza
islamica siano prevalentemente intolleranti. Secondo l'affermazione di una
fonte poco faziosa come Monsignor Tonini «su 42 paesi islamici solo 12 possono
essere considerati integralisti». Non solo, come dimostra un'interessante
ricerca della Fondazione Agnelli [Aluffi 2000], il cristianesimo è trattato frequentemente
con misure più tolleranti di quanto non accada fino ad oggi con l'Islam in
Italia. In alcuni paesi a maggioranza musulmana ‑ Libano, Senegal,
Giordania ‑ le principali festività cristiane sono festività nazionali.
In Siria e Tunisia sono tali per i cristiani, mentre in Egitto la regola vale
nel settore pubblico, ma una sentenza della Corte di Cassazione la ha estesa al
settore privato ed ha previsto il cumulo con le feste nazionali. La richiesta
di venerdì festivo che tanto intimorisce alcuni nostri studiosi liberali, (27) e che
peraltro non è condivisa da tutte le associazioni islamiche presenti in Italia (28) trova
già un equivalente nelle domeniche e nei sabati festivi concessi alle minoranze
cristiane ed ebree in vari paesi a maggioranza islamica. In Marocco, un decreto
stabilisce che il riposo settimanale può essere accordato di venerdì, di
sabato, la domenica o il giorno di mercato. A maggioranza di due terzi dei
lavoratori e dei datori di lavoro di una città, di un quartiere, di un settore
produttivo o commerciale, il giorno si può cambiare. In Siria i giorni
possibili sono il venerdì e la domenica. In Tunisia, nella pubblica
amministrazione la scelta è tra venerdì pomeriggio, sabato pomeriggio e
domenica, altrove tra sabato e domenica. Alla Tunisia si affiancano Libano,
Senegal e Turchia, che scelgono la domenica.
Quindi, persino il
giorno festivo deputato non è in tutti i paesi a maggioranza islamica
obbligatoriamente il venerdì (29) un
giorno particolarmente dedicato alla preghiera e quindi per prassi al riposo,
ma non consacrato a tale scopo come avviene per la domenica cristiana e
soprattutto per il sabato ebraico. (30)
Va aggiunto che l'Islam è, in quasi tutti i paesi in cui è in maggioranza,
considerato religione di stato, come per altro lo era la religione cattolica in
Italia fino alla revisione del concordato del 1984. Fanno eccezione la Tunisia,
che si considera una società, ma non uno stato mussulmano, e con lei la Siria,
la Turchia e l'Iraq, oltre all'Indonesia, dove vale la dottrina del panchasila. (31)
Il diritto islamico è in molti paesi fonte del diritto civile, tuttavia
alcuni paesi ‑ tra i quali l'Iraq ‑ consentono i cosiddetti
«statuti personali», cioè l'utilizzazione di un diritto diverso da quello statale,
ad esempio in materia di trattamento della famiglia e del rapporto tra coniugi,
per le minoranze. In Siria i non mussulmani sono esentati da alcune
prescrizioni, in Giordania, viceversa, la sharia si applica solo alla
maggioranza mussulmana. In Senegal il diritto di famiglia varia per le diverse
comunità. Insomma, alcuni paesi islamici, persino alcuni in cui non vigono
forme benché minimamente democratiche, hanno dato ai cristiani non solo molto
più di quello che l'Italia cristiana concede alle minoranze islamiche, ma molto
di più di quello che le minoranze musulmane stanno chiedendo all'Italia. Si può
notare tra l'altro che i paesi dai quali provengono le principali comunità
nazionali immigrate in Italia da paesi a maggioranza islamica (Marocco, Tunisia,
Senegal, Egitto) sono in materia particolarmente tolleranti. L'Albania appare
piuttosto come un paese irreligioso. La tolleranza delle leggi non previene
l'intolleranza reciproca delle comunità, ma una barriera politica e pubblica al
razzismo può ridurre fortemente i rischi di scontri.
In Italia,
purtroppo, nei 2000 la xenofobia ha valicato quelle che Rob Witte (1996] ha individuato
come due soglie rischiose: il confine che divide i comportamenti privati da
quelli civili e politici, e il confine che divide il comportamento di
movimenti estremisti da quello degli organismi rappresentativi. La xenofobia è
entrata pericolosamente nella sfera pubblica. I comportamenti politici, le
mobilitazioni, persino il tono del dibattito che circonda il fenomeno immigrazione
si sono ispirati ad una intolleranza esplicita e conclamata, finora sconosciuta
nel nostro paese, un livello di intolleranza che rischia di provocare una
miscela esplosiva tra emarginazione sociale e disprezzo culturale, con la
duplice conseguenza di legittimare atti di razzismo e di favorire le componenti
più radicali tra le minoranze. Gilles Kepel [1987] ha messo in evidenza il
nesso tra emarginazione, disprezzo e radicalizzazione tra i ragazzi di origine
araba che abitano le periferie francesi. Withol De Wenden [1992] ha auspicato
perciò una «banalizzazione dell'Islam», nel senso che essa sia considerata una
religione come le altre.
Certo esistono,
nella prassi degli stati a maggioranza musulmana, nelle convinzioni prevalenti
tra i loro teologi, nelle stesse attitudini di gruppi di immigrati, aspetti che
risultano poco apprezzabili sulla base di un ethos liberale. Anche di questi
aspetti ci parla, con franchezza Allam, nel capitolo da lui steso. Ma è proprio
rafforzando l'etica liberale della tolleranza, dando per primi sostanziosi
esempi di rispetto della pari dignità tra i sessi, che possiamo sperare di
mutare qualcosa anche in quel mondo, come hanno saputo fare le democrazie
anglosassoni nei confronti dei papisti. Fermenti liberali animano parte
dell'Islam europeo, a questi fermenti va dato spazio e fiducia. Non è
l'identità religiosa il maggior rischio che percorre le comunità immigrate, ma ‑
come ci ha insegnato Michael Walzer ‑ la sua perdita senza rimpiazzo di
valori civili laici, è l'anomia, la secolarizzazione sbandata che rompe i
legali e le solidarietà comunitarie. E’ il vuoto etico sul quale attecchiscono
illegalità e incivilities. Comportamenti sgradevoli e devianti
discendono dalla violazione di precetti musulmani: il furto, la droga, l'ubriachezza,
la mendicità molesta. E sono questi comportamenti a preoccupare gli italiani,
assai più della diversità di credo religioso.
Riassumendo, tra i
due obiettivi che, già nel precedente rapporto, avevamo individuato come
cruciali per raggiungere un buon livello di integrazione e governare processi
migratori ‑ e cioè il rispetto dell'integrità della persona e la
costruzione di interazioni a basso conflitto ‑ è il secondo quello che ha
subito quest'anno un attacco notevole. Avevamo sottolineato, a suo tempo, i
rischi di distacco tra azione pubblica e opinione pubblica: la prima troppo a
lungo impegnata a gestire l'emergenza, tollerante nei confronti di
comportamenti irregolari, poco preoccupata delle paure prodotte dalle
componenti criminali; la seconda esageratamente intimorita e raggiunta da
informazioni fuorvianti o inadeguate. Questo distacco avrebbe messo a
disposizione ‑ secondo le nostre previsioni ‑ un bacino invogliante
per gli imprenditori politici del razzismo in Italia: (32)
ed è quanto avvenuto. Il bacino è
rimasto e si è ‑ come vedremo ‑ ampliato, anche se l'azione
pubblica nel frattempo ha corretto, in certa misura, il tiro. La legge Turco‑Napolitano
sta finalmente entrando a regime e ottenendo risultati significativi.
All'inizio dell'applicazione della legge n. 40, le espulsioni effettivamente
eseguite costituivano il 12% del totale, oggi sono il 60%, secondo le
dichiarazioni del ministro dell'Interno. (33)
A partire dal 1999 si cominciano a rilevare flessioni (ministero dell'Interno,
Direzione Centrale Antidroga) anche nella partecipazione di stranieri a reati
di produzione, spaccio e detenzione di droga: sono diminuiti di 4 punti
percentuali sul territorio nazionale, e ancor più nelle grandi città, specie a
Torino. Tuttavia, l'apertura di nuovi centri di trattenimento stenta a
decollare, per le resistenze di una parte della coalizione di governo [Barbagli
2000] e per l'azione di una parte della magistratura, in particolare a Milano.
Si noti che tutti i paesi europei, a parte la Grecia, hanno adottato misure di
trattenimento dei clandestini in attesa di identificazione ed i tempi del
trattenimento, che in Italia raggiungono il massimo di 30 giorni, variano dal
minimo di 12 giorni in Francia, all'assenza di un termine definito in Gran
Bretagna; sono ad esempio due mesi in Austria e quattro settimane in Danimarca
(Weil, Weidlich, Dufoix 1999]. Nell'insieme, nel 2000, si è verificata da parte
del Governo italiano una certa determinazione nel contrastare il contrabbando e
la tratta di esseri umani, e così dal 1 gennaio al 31 ottobre gli stranieri
allontanati dal territorio nazionale sono stati 56.297, i trasportatori
arrestati 252 e i mezzi sequestrati 150. Nel corrispondente periodo dell'anno
precedente ci sono stati 60.772 stranieri allontanati; la flessione registrata
nel 2000 è imputabile alla diminuzione dei respingimenti alla frontiera dovuta
all'adesione della Grecia alla convenzione di Schengen, ma anche alle
difficoltà emerse nel corso dell'applicazione dell'accordo di riammissione con
la Slovenia, che ha accettato solo 2.559 istanze di riammissione a fronte delle
10.763 presentate. Vediamo quindi quanto cruciale sia la disposizione a
collaborare dei paesi dai quali il traffico illegale proviene.
Nell'insieme,
l'attività di contrasto del traffico è stata sostenuta da un maggiore impegno
italiano nella cooperazione internazionale. Pensiamo alla visita del Presidente
del Consiglio Giuliano Amato a Tirana nel luglio 2000, durante la quale ha
ottenuto un impegno a che venisse passata tempestivamente una legge che
consente il sequestro dei mezzi di trasporto dei trafficanti anche fermi (la
normativa in questione è stata approvata dal parlamento albanese il 19
settembre 2000) ed ha dato l'avvio ad una cogestione del controllo delle coste.
Pensiamo agli accordi con le polizie greca e tedesca per lavorare insieme nelle
rispettive frontiere. Pensiamo alla collaborazione trilaterale tra Italia,
Francia e Germania in materia di contrasto alla criminalità transnazionale
avviata al Consiglio informale di Marsiglia dello scorso luglio. Essa
costituisce l'attuazione degli impegni di Tampere e può essere considerata un
segno tangibile di «cooperazione rafforzata in nuce» che dovrebbe
coinvolgere in prospettiva tutti i paesi dell'Unione, secondo quanto deliberato
al vertice di Nizza (anche in seguito all'indirizzo congiunto espresso in
proposito da Amato e da Aznar). Fin d'ora, i tre Paesi firmatari intendono,
attraverso l'impegno trilaterale, «realizzare strategie comuni sulla base di
legislazioni, di controlli, e di misure severe per contrastare l'immigrazione
clandestina e lo sfruttamento che ne deriva».
L'attività di
repressione è stata sostenuta da un maggiore supporto economico e logistico da
parte dell'Unione Europea, che contribuisce al finanziamento del sistema radar
per l'Adriatico. Sarà presumibilmente sostenuta in futuro dall'espandersi degli
accordi bilaterali di riammissione, in base ai quali i paesi che collaborano e
riaccettano i propri clandestini e i propri criminali sono premiati con quote
riservate. Fino ad oggi gli accordi di riammissione entrati in vigore sono
sedici (Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Macedonia, Jugoslavia,
Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svizzera, Ungheria,
Tunisia), quelli firmati ma non ancora operativi sono sette (Algeria, Francia,
Georgia, Grecia, Marocco, Nigeria e Spagna), mentre con altri dodici paesi sono
in corso i negoziati. I paesi ai quali sono state attribuite quote sono
Marocco, Tunisia, Albania e, a partire da quest'anno, Romania. Queste mosse
apprezzabili concorreranno auspicabilmente a contenere il contrabbando di
persone nel nostro paese, e in prospettiva a tranquillizzare gli animi. Come
dimostrano studi comparati, il controllo di polizia delle frontiere produce
effetti [Miller 1994], e la recente esperienza spagnola conferma questa tesi.
Tuttavia, proprio l'esperimento principe, il controllo statunitense delle
frontiere messicane (34) ha messo in
luce la capacità delle organizzazioni di traffico di spostare rapidamente i
flussi dai punti più controllati.
Più in generale il
contrabbando di immigrati si dimostra capace di rinnovare le proprie strategie
e aggirare gli ostacoli [Weil, Weidlich, Dufoix 1999].
Un certo tasso di irregolarità negli ingressi è dunque inevitabile, e si accompagna a tutti i flussi migratori. Ma questa componente in Europa, e soprattutto nel Sud Europa, Italia inclusa, è sproporzionatamente alta. L'entità del fenomeno si deve in larga misura alla collocazione geopolitica dei nostri paesi, ma anche alla difficoltà di contrastare questi comportamenti con le sole politiche repressive. La Commissione continua a ritenere che controllo e repressione siano necessari e utili, ma da soli assolutamente insufficienti a contrastare gli ingressi clandestini e le presenze irregolari.
Se non si rende
possibile un consistente ingresso legale e non si cominciano ad affrontare alla
radice le ragioni della nuova espansione dell'economia sommersa, gli ingressi
clandestini, o la permanenza con visto turistico scaduto continueranno ad
essere elevati, perché rappresenteranno una via praticabile e conveniente. Per
il 2000 abbiamo avuto finalmente un decreto flussi abbastanza tempestivo, anche
se ancora in ritardo. L'Ispettorato del lavoro si è attivato di più, specie in
certe province, il che ha provocato ‑ come si è detto ‑ l'aumento
del dato riguardante il lavoro irregolare. Teniamo a ribadire, però, che
nessuna misura può eliminare del tutto gli ingressi clandestini e le permanenze
irregolari, specie in un paese come l'Italia che confina sia con aree di
emigrazione (Europa dell'est e Nord Africa), sia con problematiche aree di
passaggio quali Turchia e Slovenia. Inoltre, come la ricerca da noi
commissionata ha messo in evidenza [Pastore, Romani, Sciortino 2000], il
traffico non è sempre gestito da grandi organizzazioni internazionali, è spesso
il risultato di un insieme di traffici regionali, condotti da piccole imprese,
in rari casi persino a titolo gratuito. Un po' come capitava ai nostri
spalloni, i contrabbandieri di persone sono popolari nel paese di origine, e
rispettati dagli utenti del servizio, che li vedono svolgere un lavoro
necessario [Lin Chin 2000]. Insomma il contrabbando, quando non si macchi di
efferatezze, è condotto in un ambiente di complicità e, per questo, è più
difficile da scalzare. Infatti ‑ come si è detto ‑ costituisce per
molti l'unico strumento per raggiungere un obiettivo desiderabile; in certi
casi, ad esempio per i dissidenti nei regimi autoritari, è l'unica costosissima
via per salvarsi la vita. La repressione del contrabbando di esseri umani è
necessaria, ma, come molte terapie utili, ha i suoi effetti collaterali.
Infatti, gli eventi repressivi, se clamorosi e sommati alle notizie di sbarchi
incontrollati di clandestini e di reati ad opera di stranieri, contribuiscono a
consolidare un'opinione errata che vede l'immigrazione come evento
intrinsecamente illegale da osteggiare. L'impressione può rafforzarsi se le
misure a favore di chi entra irregolarmente in Italia assumono ‑ per
quanto ingiustamente ‑ più visibilità, se non più concretezza, di quelle
rivolte ai regolari.
Occorre essere
capaci di spiegare all'opinione pubblica il fatto che gli ingressi irregolari
ed il lavoro immigrato nell'economia informale (che riguarda infatti anche
immigrati regolari) sono parti di una grande trasformazione produttiva, di un
processo di «flessibilizzazione» dei modi di produrre che mira a ridurre i
costi e ad aumentare la libertà di uso della forza lavoro. Non si tratta
quindi, purtroppo, di una devianza e di un'eccezione [Sassen 1994], ma
di una parte delle nuove regole produttive, che accanto all'introduzione di
tecnologie labour saving vede la delocalizzazione all'estero, la
destrutturazione della grande impresa sul territorio, il subappalto a cascata a
piccole imprese dove è meno difficile eludere le tutele e le garanzie dei
lavoratori. Bisogna avere il coraggio di constatare che il lavoro irregolare
porta anche benessere per il paese ospite a spese soprattutto degli
immigrati che lo prestano, per i quali ‑ viste le alternative di partenza
‑ esso risulta comunque conveniente. La reciproca anche se ineguale
convenienza determina un «effetto di connivenza tra imprenditori (utilizzanti)
e lavoratori (utilizzati)» [Caruso 2000, pp. 279‑315]. Il rendimento del
sommerso spiega perché in un sistema economico come quello degli Stati Uniti,
da sempre non molto attento alla tutela della forza lavoro ed oggi
ideologicamente convinto della bontà della deregulation, il lavoro nero
sia divenuto moralmente accettabile. Esso costituisce un'alternativa meno
costosa e con meno rischi di obsolescenza rispetto all'introduzione di nuove
tecnologie labour saving. E' però una strategia ad alto rischio sia
perché si nutre di illegalità, sia perché innesta una competizione al ribasso
tra varie componenti di forza lavoro italiana e straniera, residente e non
residente, regolare, irregolare.
Il contrasto degli
ingressi clandestini e delle permanenze irregolari è un tassello delle regole
che l'economia globalizzata deve essere capace di darsi. E queste regole
hanno bisogno di un'autorità economica di livello sovranazionale in cui
contino anche paesi ed aree (in primis l'Europa continentale), che alle regole
crede.
E' una strategia
complessa, lunga e difficile, nella quale è necessario che l'Italia si impegni,
se vuole uscire dalla trappola delle illegalità combinate (ingressi irregolari
ed economia sommersa).
L'anno scorso, nel
primo rapporto, avevamo già osservato il rischio di uno squilibrio di
visibilità a favore di politiche che trattano il lato «deviante» della
immigrazione, rispetto al progetto iniziale di integrazione ragionevole
implicito nella legge Turco‑Napolitano. (35)
Ad aumentare il panico può contribuire anche un'interpretazione ingenua degli
ingressi irregolari come fenomeno pilotato e voluto solo da bande criminali
anche per aumentare la propria manovalanza, eventualmente fruttuoso per le
bande stesse e in qualche misura per i poveri derelitti coinvolti, certamente
non per l'economia italiana. Così non è, ma una presenza così cospicua di
lavoratori irregolari è inaccettabile in sé e lo è perché produce una
forza lavoro, perché illegalmente presente sul territorio. Essa può innescare
una corsa al ribasso nelle condizioni lavorative e generare conseguenze
negative per i lavoratori italiani: può influire negativamente sui salari e
sulle tutele delle fasce deboli della forza lavoro nazionale [Zincone 1997,
2000a].
Se non si spezza questo cerchio vizioso permarrà nel nostro Paese e si rafforzerà il rischio che l'immigrazione, percepita come fenomeno straordinario e di rottura delle regole provochi più paure di quanto normalmente accada. Occorre dire infatti se vogliamo uscire "dalla drammatizzazione del dramma", cioè dall'enfatizzazione delle tensioni in atto che l'immigrazione è un processo che produce comunque e ovunque tensioni e difficoltà. Un'immigrazione non conflittuale non si è mai verificata e quindi il conflitto sull'immigrazione non va troppo drammatizzato [Zolberg 2000]; tuttavia i livelli dello scontro possono alzarsi fino a provocare danni alla sicurezza quotidiana, sia dei nazionali che delle minoranze. E' un rischio che in Italia si profila e ad aumentarlo è la paura della criminalità.
Una paura che
oscilla, ma che appare nell'insieme in aumento, nonostante l'azione di
contrasto del governo ed alcuni dati confortanti. Nel settembre del 1999 l'immigrazione
era vista come uno dei temi più importanti da affrontare per il governo (al
primo o al secondo posto dell'agenda) dal 23,4% degli intervistati; di questi
il 6,8% intendeva l'immigrazione come accoglimento e integrazione e il 16,6% la
intendeva come fonte di criminalità (36);
nell'ottobre 2000 l'immigrazione veniva vista come tema prioritario nell'agenda
del governo dal 25,9% degli intervistati: di questi il 5,6% intendeva
l'immigrazione come accoglimento e integrazione, mentre il 20,3% la intendeva
come fonte di criminalità.(37)
L'attenzione degli italiani alle tematiche dell'immigrazione aumenta, con il
tempo, per il timore che la presenza di immigrati stranieri possa rappresentare
una fonte ulteriore di criminalità, mentre l'integrazione in sé non sembra un
grosso problema.
Il sondaggio
Commissione per l'Integrazione‑Ispo conferma anche quest'anno il nesso,
che gli italiani percepiscono tra criminalità e immigrazione (oltre il 57% degli
intervistati ritiene che la presenza degli immigrati stranieri aumenti la
delinquenza). D'altra parte, gli stessi immigrati, nella ricerca Commissione
per l'Integrazione‑Next diretta da Vittorio Cotesta, ritengono a larga
maggioranza che l'Italia sia troppo tollerante nei confronti dei criminali
(87%), e si lamentano della equazione che gli italiani fanno tra immigrato e
ladro (81,3%). Più in generale, una cospicua minoranza (36,5%) rimprovera agli
italiani uno scarso rispetto per le leggi, ed una larga maggioranza li accusa
di non pagare le tasse (80,1%). Ma un contesto politico in cui i governi sono
giudicati troppo deboli (71,4%) offre il vantaggio relativo di permessi di
soggiorno più facili che in altri paesi europei. La ricerca «Le Nove»,
presentata nel capitolo 4 della Parte terza di questo rapporto, rivolta a
capire l'evoluzione del senso di insicurezza da parte degli immigrati, conferma
i risultati della ricerca Next. Dalla inchiesta condotta da Merelli e
Ruggerini, emergono una serie di fatti e di atteggiamenti collegati che
concorrono a dimostrare la volontà degli immigrati di spezzare il nesso tra
criminalità e immigrazione: la dichiarazione di essere vittime non solo di atti
di razzismo da parte di italiani (oltre il 47% degli immigrati intervistati ha
dichiarato di essere stato osservato con ostilità, al 35,1% degli uomini e
28,4% delle donne è capitato di essere insultato (38),
ma di soprusi e minacce da parte della criminalità immigrata (9,8% dei maschi e
8,3% delle femmine ha subito aggressioni da parte di altri immigrati, il 15,3%
degli uomini e il 28,1% delle donne ha subito scippi e furti ad opera di altri
stranieri (39) la paura che le
continue notizie
di comportamenti criminali ad opera di immigrati provochino un generale rigetto
da parte degli italiani dell'immigrazione in genere (il 75,4% degli immigrati
maschi intervistati e il 68,1% delle femmine sono spaventati dalle notizie date
sull'immigrazione alla TV), la richiesta di una maggiore repressione della
criminalità immigrata (il 39,7% del campione auspica maggiore severità per i
reati di
spaccio e quelli
legati alla prostituzione). Un elemento positivo che emerge dalle nostre
ricerche è costituito, quindi, dalla concordanza che emerge tra immigrati e
italiani sulla necessità di combattere il crimine ed in particolare quello
connesso all'immigrazione.
Ma certo il dato più
positivo è costituito dalla tenuta della tolleranza. Nonostante la risonanza
data alle prese di posizione di eminenze, intellettuali e politici ostili
all'Islam, il sondaggio che abbiamo commissionato all'Ispo (40) rivela che in Italia persiste un alto tasso
di tolleranza religiosa. Quella che possiamo definire come una linea di «intolleranza
dall'alto» ha avuto sì un qualche successo «in basso», tra la gente comune, ma
si tratta per ora, fortunatamente, di un successo limitato. Alla domanda se per
essere integrati gli immigrati dovrebbero rinunciare alla propria cultura, nel
1999, rispondeva negativamente l'84,1% degli intervistati, mentre nel 2000 tale
percentuale è appena scesa all'83,2%. Registriamo quindi una flessione molto
lieve. Un mutamento più evidente si è registrato però proprio nelle aree
oggetto delle esternazioni di intolleranza dall'alto, cioè nelle opinioni sulle
pratiche religiose delle minoranze nel nostro paese: nel 1999 solo il 23,7%
degli intervistati concordava con l'affermazione che alcune pratiche religiose
rappresentassero una minaccia per la nostra cultura, mentre nel 2000 la quota
del campione d'accordo con tale affermazione è passata a rappresentare il 33,2%
del totale.
Il maggiore timore
dell'Islam non si accompagna, però, ad un maggior attaccamento alle radici
cattoliche. Una larga maggioranza di italiani non considera la appartenenza alla
religione cattolica un valido criterio di selezione dell'immigrazione (i
contrari rappresentano il 63% del campione, il 77% se si escludono dal computo
gli incerti). Questo criterio viene collocato addirittura all'ultimo posto se
si propone una lista di possibili requisiti. Del resto nessuno dei sistemi di
punteggi, adottati prima in Australia e più recentemente in Canada e negli
Stati Uniti, per ottenere un permesso di soggiorno prevede la religione come
criterio di preferenza.
Non meraviglia,
quindi, che anche i nostri concittadini non credano che per immigrare in Italia
si debba essere preferibilmente cattolici, né credano ad un'interpretazione
ereditaria, per discendenza e per sangue, dei diritti, incluso il diritto a
trasferirsi in Italia. Infatti, neppure l'essere di origine italiana
rappresenta ‑ secondo gli intervistati ‑ un valido criterio per
avere un accesso privilegiato al nostro paese (tab. 1).
Tab. 1 ‑ Distribuzione percentuale delle risposte degli intervistati dall'Ispo sull'opportunità dei criteri proposti per stabilire a quali categorie di immigrati dare precedenza nella concessione di un regolare permesso di soggiorno, al netto degli incerti
Criteri
|
Molto/ abbastanza opportuno |
Poco / per nulla opportuno |
Totale(b) |
|
Avere già un'offerta di
lavoro |
79,4 |
20,6 |
100,0 |
|
La specializzazione
professionale |
74,5 |
25,5 |
100,0 |
|
Il livello di istruzione |
67,5 |
32,5 |
100,0 |
|
Parenti già immigrati in Italia
con regolare permesso di soggiorno |
56,0 |
44,0 |
100,0 |
|
Venire da paesi impegnati a
reprimere l'emigrazione illegale |
53,5 |
46,5 |
100,0 |
|
Conoscere almeno un poco
l'italiano |
53,2 |
46,8 |
100,0 |
|
La giovane età |
49,5 |
50,5 |
100,0 |
|
L'avere antenati di origine
italiana |
35,1 |
64,9 |
100,0 |
|
L'essere di religione
cattolica (a) |
22,6 |
77,4 |
100,0 |
|
|
|
|
|
|
Totale intervistati |
|
|
5.197 |
Fonte: Sondaggio Commissione
per l'Integrazione‑Ispo, 2000.
Note:
(a) Tale modalità era
contenuta in un quesito diverso rispetto alle altre, somministrato in una
seconda fase del sondaggio che ha coinvolto 5.159 intervistati. Nella domanda
si chiedeva di manifestare non il proprio parere sull'opportunità, ma il grado
di accordo con l'affermazione. Per esigenze di sinteticità è sembrato,
tuttavia, utile riportare le diverse informazioni in un'unica tabella.
(b) Le percentuali sono
calcolate non tenendo conto delle persone che non hanno saputo fornire
un'indicazione sul proprio orientamento.
Se eliminiamo gli
incerti, il 64,9% del campione ha definito tale criterio poco (29,1%) o per
nulla opportuno (29,1%), mentre solo il 35,1% degli intervistati lo ha trovato
abbastanza (28,1%) o molto opportuno (7,0%). Vengono, invece, considerati come
validi criteri preferenziali nell'ordine la disponibilità di un lavoro (79,4%),
la specializzazione professionale (74,5%), il livello di istruzione (67,5%),
l'avere già familiari in Italia (56,0%,).
Da questi come da
altri dati si evince che l'interpretazione della integrazione (41) come utilità, come «inserimento utile» perché
funzionale al sistema economico, è abbastanza accreditata nell'opinione
pubblica. Il sistema dei punteggi che gli italiani prefigurano in fondo
suggerisce di dare priorità negli ingressi a chi possa contribuire al benessere
del paese.
Tuttavia il criterio
utilitaristico viene temperato da un criterio umanitario, da un'interpretazione
dell'integrazione come uguaglianza nei diritti fondamentali, e quindi
dalla presa in considerazione di giuste aspirazioni da parte degli immigrati.
Tra queste aspirazioni il desiderio di vivere con la propria famiglia viene
presa particolarmente sul serio. Questo atteggiamento si conferma ‑ come
vedremo poi ‑ nel giudizio più specifico sui ricongiungimenti familiari.
Il governo potrebbe dunque riflettere sull'opportunità di introdurre un sistema
di punteggi che desse spazio ‑ come peraltro avviene nei paesi che hanno
adottato misure simili ‑ alle esigenze economiche e demografiche del
paese senza trascurare le esigenze familiari degli immigrati (42) . Si tratterebbe di aggiungere altri criteri
di preferenza oltre a quello che già abbiamo: il venire da un paese che abbia
accettato accordi di riammissione e cooperazione. Dal sondaggio realizzato
dall'Ispo (escludendo gli incerti che rappresentano il 20,9% del totale del
campione) emerge che il 53,7% degli intervistati si trova d'accordo con
l'affermazione «è giusto dare priorità per l'ingresso in Italia a certe
categorie di immigrati extracomunitari». Quindi un certo consenso sul principio
di massima che si possano pensare canali di accesso privilegiati appare
condiviso. Tra i criteri preferenziali, però, gli italiani rifiutano di considerare
come opportuno criterio di selezione la giovane età (solo il 49,5% degli
intervistati lo adotterebbe), quindi sembra che abbiano compreso la utilità
della importazione di giovani.
Questo significa che
un tassello dell'argomentazione funzionalista e utilitarista che non solo il
governo italiano, ma la Commissione europea (43)
stanno prospettando, e cioè che l'immigrazione sia utile per ripianare,
seppure in piccola misura, il deficit demografico non risulta, per ora, convincente,
almeno tra gli italiani. Ugualmente poco convinti appaiono del possibile
contributo dell'immigrazione al risanamento dei conti pubblici e delle pensioni
in particolare. L'insuccesso di queste argomentazioni a sostegno della
«immigrazione come risorsa» sono in parte dovute ad un'insufficiente capacità
di comunicare (44) . Infatti la
effettiva contribuzione dei flussi migratori al risanamento dei conti
previdenziali viene confermata anche da una recente specifica ricerca, (45) pur se continua ad essere giudicata non
risolutiva.
Al contrario è
risultato convincente e condiviso un altro classico argomento utilitarista,
secondo il quale gli immigrati svolgono lavori che gli italiani non vogliono fare:
il 70,9% degli intervistati dall'Ispo dichiara di essere pienamente o
abbastanza d'accordo con l'affermazione per cui «gli immigrati fanno quei
lavori che gli italiani non vogliono fare». Questa consapevolezza si accompagna
però ad un atteggiamento contraddittorio: gli italiani pensano che gli
immigrati siano troppi e che non vadano ampliati i flussi; è un atteggiamento
che si accompagna alla già discussa convinzione che si possano utilizzare i
disoccupati meridionali per soddisfare le richieste del Nord. Diciamo illusoria
sia perché la disoccupazione meridionale è, come si è già detto, in parte
apparente, (46) sia perché un
innalzamento dei salari tale da invogliare il Sud appare difficile da praticare
in un contesto di forte competizione globale. Dietro questo rifiuto di
accettare maggiori flussi anche se se ne intende l'utilità si staglia una
sindrome ricorrente anche se, fortunatamente, almeno in altri paesi,
transeunte, quella secondo cui la «barca è piena».
La «barca è piena»,
ma gli italiani pensano che, se qualcuno deve entrare, questo diritto vada dato
sulla base di principi universalistici: la necessità di chi riceve, ma anche di
chi emigra. Tra le necessità fondamentali di chi emigra si riconosce ‑
come abbiamo anticipato ‑ quella all'unità familiare. In questo senso la
richiesta contenuta nella riforma Bossi‑Berlusconi di rendere più
difficile il ricongiungimento familiare non trova d'accordo la maggioranza dei
cittadini italiani. Infatti il 18,9% degli intervistati nel sondaggio
Commissione per l'Integrazione‑Ispo ritiene addirittura che il
ricongiungimento vada concesso subito, il 16,6% dopo 6 mesi e il 20,5% dopo un
anno. In totale, quindi, il 56% di intervistati trova opportuno che il
ricongiungimento familiare avvenga al massimo entro un anno che è, poi, il
termine minimo previsto dalla legge italiana (art. 29). Si tratta di una misura
che si rispecchia nella direttiva approvata il 10 ottobre 2000 dal Consiglio
dell'Unione europea relativa al diritto di ricongiungimento famigliare. (47) E qui si comincia a vedere come la legge
Turco-Napolitano non solo sia in sintonia con la legislazione europea, ma in
una certa misura la stia influenzando.
Non è solo rispetto
ai ricongiungimenti familiari che gli italiani appaiono aperti nella
concessione di diritti agli immigrati. In un altro sondaggio da noi
commissionato quest'anno [Next 2000] si conferma il favore a concedere il
diritto di voto (48) già emerso nel
sondaggio di cui era stata incaricata l'Ispo nel 1999, risultato
confermato anche
dalla ricerca demoscopica comparata (49)
Commissionata dal Comitato per il Giubileo e condotta da Ilvo Diamanti
[Fondazione Nord‑Est 2000]. Gli italiani tendono a riconoscere importanti
diritti e una certa parità nell'accesso al lavoro e nelle opportunità di
carriera. Solo il 16,6% degli intervistati nel sondaggio condotto dall'Ispo,
infatti, si dichiara d'accordo con l'affermazione «Se fossi un imprenditore
non mi piacerebbe assumere un immigrato, anche se avesse tutti i requisiti
richiesti» e il 72% afferma che gli darebbe fastidio «se venisse rifiutata la
promozione ad una persona, solo perché di origine straniera». Come, avevamo
detto prima, la maggior parte degli intervistati si è, tuttavia, dichiarata
contraria ad un'espansione dei flussi: l'80,9% del campione ha affermato di non
essere d'accordo con l'affermazione «bisognerebbe aumentare la quota di
immigrati che ogni anno entrano regolarmente in Italia, perché alcune aziende
hanno difficoltà a trovare la manodopera disponibile», mentre il 68,4% ritiene
che anche se manca manodopera non si deve, comunque, elevare la quota di
immigrati in Italia perché sono già troppi. Si potrebbe quindi pensare che gli
italiani abbiano in mente un modello di «cittadinanza come club» alla Walzer, (50) che si possa cioè decidere se e su quanti
nuovi soci possano entrare, ma che ‑ una volta che li si è fatti entrare
regolarmente ‑ a questi soci dopo un certo numero di anni va data parità
di diritti. Tuttavia, quello che si profila è un club in cui i gruppi fanno
prevalentemente vite separate.
Rispetto all'anno
scorso, nel sondaggio realizzato dall'Ispo quest'anno, la propensione alla
parità di diritti accompagnata dalla separazione di vite si accentua. Gli
intervistati ritengono, nel 42,9% dei casi, che gli immigrati regolari «pian
piano riescano ad integrarsi nel mondo del lavoro e nella società», tuttavia
tale percentuale che prevede possibilità di piena integrazione è diminuita
rispetto al gennaio del 1999 quando rappresentava il 44,2% del totale. Al
contrario, è aumentata, passando dal 37,5% (nel 1999) al 41,8% (nel 2000), la
quota di coloro che pensano che gli stranieri legalmente presenti sul
territorio italiano «riescono ad inserirsi nel lavoro, ma rimangono chiusi nel
loro circolo, hanno contatti solo tra loro». La crescita del peso percentuale
di coloro che ritengono possibile l'integrazione lavorativa, ma non quella
sociale, sembra, comunque, avvenuta anche a causa della riduzione della quota
di coloro che affermano che gli immigrati, anche se regolari, «non riescono ad
inserirsi né nel mondo del lavoro, né nella società: rimangono qui quasi sempre
in modo precario», passata dal 18,% al 15,3% nel periodo compreso tra il
gennaio 1999 e l'ottobre 2000. Gli immigrati sono accettati di buon grado come
vicini di casa dall'84,9% degli intervistati che non si trovano d'accordo con
l'affermazione «mi darebbe fastidio avere come vicino di casa un immigrato
extracomunitario». Gli intervistati, comunque, nel 39,2% dei casi si dichiarano
d'accordo con il principio «se avessi una casa da affittare, a parità di
condizioni, la affitterei a un italiano, anziché ad un immigrato». Resta
difficilmente superabile la diffidenza, poi, nel momento in cui le relazioni
coinvolgono sfere più intime del vivere comune: il 41,1% degli intervistati si
trova d'accordo con l'affermazione «i matrimoni con gli immigrati di solito
finiscono male», e il 61,1% del campione non si trova d'accordo con la frase
«non mi opporrei al matrimonio di mia figlia con un immigrato». Per l'amicizia
la disponibilità ad aprirsi a relazioni con immigrati aumenta (oltre il 65%
degli intervistati dice che gli piace stringere amicizia con persone
immigrate), ma il Nord‑Est si conferma un'area di particolare chiusura ai
rapporti con gli stranieri: la quota di coloro ai quali piace stringere
amicizia con gli immigrati scende al 54%. Una maggiore propensione a concedere
diritti, a richiedere parità di trattamento, e persino alla vita comune, a
parte il matrimonio, viene dai cattolici praticanti che, ad esempio, risultano
maggiormente propensi a concedere la possibilità di ricongiungimento familiare
dopo un periodo di soggiorno inferiore o uguale all'anno, più disponibili ad
accettare un immigrato come vicino di casa e meno inclini a ritenere che la
presenza di immigrati comporti una crescita della delinquenza. (51) Anche per quanto riguarda il campo del
lavoro, che rappresenta un nodo cruciale nel processo di integrazione, si può
notare un atteggiamento più aperto proprio da parte dei cattolici. Nel 77,8%
dei casi le persone che frequentano regolarmente la messa non sono d'accordo
sul fatto che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani, mentre, in generale,
la percentuale dei non concordi su tale affermazione è del 69,1%. I cattolici
praticanti si mostrano anche maggiormente aperti ad una adeguata tutela dei
diritti degli immigrati nell'ambiente di lavoro: si dichiarano d'accordo con la
frase «Mi darebbe fastidio se venisse rifiutata la promozione ad una persona
solo perché di origine straniera» nel 77,5%, mentre, per il totale degli
intervistati, la quota di concordi si riduce al 72,5%. I cattolici praticanti
si dichiarano d'accordo con l'affermazione «accetterei un immigrato come
superiore o come capo» nel 72,3% dei casi rispetto ad una media generale di
concordi del 66,1%, e condividono l'affermazione «se fossi un imprenditore non
mi piacerebbe assumere un immigrato anche se avesse tutti i requisiti
richiesti» solo nel 11,3% dei casi, mentre in generale tale assunto è condiviso
dal 16,5% degli intervistati. Tra i cattolici praticanti risulta inferiore la
percentuale di coloro che sono d'accordo con la frase: «i comportamenti di
alcuni immigrati possono talvolta giustificare opinioni razziste»: in generale
i concordi sono il 60%, mentre tra i cattolici praticanti tale percentuale
scenda al 45%. I cattolici praticanti sono relativamente più disponibili
rispetto alla concessione di importanti diritti, quali l'accesso alla
cittadinanza, il diritto al voto, i ricongiungimenti familiari. Quindi, una
campagna che volesse limitare i diritti degli immigrati non avrebbe successo
presso questa fetta di potenziali elettori. Tuttavia, tra i cattolici
praticanti si accentua in parte la contraddizione presente nell'opinione
pubblica italiana, tra uguaglianza nei diritti e dissomiglianza culturale, così
ad esempio appaiono più riluttanti nei confronti dei matrimoni misti e
relativamente meno contrari ad una selezione dell'immigrazione su basi
religiose, questo però non incide nella disponibilità generale nei confronti
degli immigrati, comunque disposti a stringere amicizia con gli immigrati. Per
i cattolici, gli immigrati sono dissimili, ma uguali.
Si conferma,
inoltre, la propensione del Nord‑Est ad accettare l'immigrazione solo in
quanto utile fattore di produzione, rifiutando peraltro gli individui. In tale
area, infatti, è molto elevata sia la percentuale di coloro che hanno affermato
che gli immigrati sono necessari per soddisfare le richieste di manodopera
italiana, (52) sia la quota di coloro
che hanno dichiarato che non dovrebbe mai essere concessa la possibilità agli
immigrati di farsi raggiungere dai propri familiari. (53)
La chiusura del Nord‑Est nei confronti dello straniero come individuo
appare evidente anche dall'atteggiamento dimostrato dagli intervistati
dall'Ispo nei confronti della cultura degli stranieri: il 36,6% degli
intervistati all'interno dell'area si trova d'accordo sull'affermazione che
"le pratiche religiose spesso minacciano il nostro stile di vita" (in
generale tale percentuale è del 33,3%). Nel Nord‑Est appare elevata la
quota di persone che ritengono che i comportamenti di alcuni immigrati possano
qualche volta giustificare opinioni razziste (quasi il 70% contro un valore
generale pari al 60%). Nel mondo del lavoro, anche se si percepisce la
necessità di impiegare immigrati per svolgere alcune mansioni, non sembra
esserci apertura verso la possibilità di piena integrazione lavorativa:
sembrano esistere resistenze più forti che altrove alla possibilità di avere un
immigrato come superiore o come capo, e una più elevata inclinazione a
preferire il licenziamento di immigrati a quello di italiani nel caso di crisi
dell'azienda. (54) Nel Nord‑Est
gli immigrati sono non solo «utili e dissimili» come altrove, ma anche più
disuguali.
Nel precedente
rapporto avevamo promesso di approfondire le opinioni degli immigrati, così da
dar voce anche a queste persone, e così da capire che pregiudizi (o post‑giudizi)
sono presenti su entrambi i versanti della relazione che vorremmo fosse a basso
conflitto. Abbiamo già riportato alcune opinioni di immigrati per dimostrare
che il tema della sicurezza è un tema condiviso. Qui ripercorriamo la
dissonanza «utili e dissimili», vista dalla parte degli immigrati, utilizzando
i dati della ricerca Next [2000], diretta da Vittorio Cotesta. Gli immigrati
sono consapevoli di essere utili e insieme trovano utile l'Italia: «è più
facile trovare lavoro nel mio paese che in Italia» trova ampio disaccordo
(67%), mentre «dell'Italia amo soprattutto la possibilità di trovare lavoro»,
trova ampio accordo (63%), così come «l'immigrato fa il lavoro che agli
italiani non piace» (92,7%) e «gli italiani non vogliono fare i lavori
faticosi» (72,6%). Gli immigrati trovano a loro volta notevoli dissomiglianze:
gli italiani sono poco religiosi, fanno comandare le donne, hanno legami familiari
deboli, viziano i bambini e non rispettano i vecchi, sono consumisti. (55) E' una costellazione di opinioni
tradizionaliste, che si confronta con un mondo, nel bene e nel male, più ricco
e moderno. Però la dissomiglianza viene percepita come meno profonda, se è vero
che gli immigrati sono meno diffidenti nei confronti di matrimoni con italiani,
sia per sé che per i propri figli: 56,3% si dicono disposti a sposare un
italiano; per quanto riguarda i figli sono contrari solo il 22,8%, mentre il
44,9% non vede ragione di contrarietà e 32,2% pensa che la decisione spetti ai
figli stessi. La maggiore o minore disponibilità all'intermarriage è
probabilmente influenzata da aspettative diverse di ascesa sociale.
Dell'Italia, gli
immigrati amano soprattutto la democrazia (87,4%) e la libertà (92,4%). La
ricerca Next conferma quindi un'ipotesi già presente negli studi
sull'immigrazione e cioè che gli immigrati condividano più fortemente i valori
civili di un paese, perché in qualche misura lo scelgono.
Nell'insieme è
l'utilità il motore preminente che spinge ad emigrare e che fa accettare
l'immigrazione, ma questo preminente fattore non ne esclude altri. Abbiamo
visto sia l'attenzione italiana ai valori umanitari della famiglia, sia
l'attenzione degli immigrati ai valori della democrazia e della libertà.
Proprio questa ultimo dato dovrebbe spingerci a riflettere.
Cercare di costruire
una coalizione di interessi intorno all'idea dell'immigrazione come risorsa è
possibile solo se su questa prospettiva si investe in una comunicazione a tutto
tondo. Se vogliamo puntare ad intercettare anche e soprattutto lavoratori
altamente qualificati dobbiamo non solo ripensare in prospettiva il nostro
modello produttivo, ma dobbiamo fin d'ora offrire a questi lavoratori un
habitat amichevole. Occorre far capire che nessun lavoratore che è in
condizione di scegliere tra diverse destinazione, sceglierà un paese che offre
un'istruzione cattiva e provinciale ai propri figli, nessun lavoratore che ha
varie appetibili alternative deciderà in favore di un paese culturalmente
intollerante ed ostile all'immigrazione. Il pluralismo e la tolleranza
costituiscono un bene in sé, sono valori irrinunciabili, ma come la storia
delle migrazione di cervelli ci insegna, rappresentano anche una fonte di
benessere.
3. Una
ragione di prevalente ottimismo con qualche cautela: il contesto europeo
Le politiche di
integrazione degli immigrati sono immerse nel contesto internazionale. I
singoli stati possono cercare di controllare le frontiere, ma non possono
evitare che l'avvento di regimi autoritari o la forza di movimenti
fondamentalisti provochino nuovi flussi di richiedenti asilo, non possono
evitare che siccità e disastri ecologici provochino spostamenti di massa, non
possono evitare che guerre civili e conflitti producano esodi di rifugiati, non
possono controllare la crescita demografica e l'insufficiente sviluppo
economico di altri paesi, che costituiscono le principali determinanti dei
normali flussi di emigrazione per ragioni economiche. (56)
Non possono imporre agli stati da cui provengono il grosso dei loro flussi
misure politiche che scoraggino l'emigrazione, o almeno l'emigrazione
clandestina, né ai paesi vicini di bloccare il transito e il traffico, ma su
queste azioni possono almeno contrattare ed accordarsi. E, come abbiamo
detto, il governo italiano ha fatto notevoli passi sulla via della
contrattazione: ha infatti siglato 30 accordi di riammissione, 23 dei quali già
entrati in vigore e tre accordi di controllo congiunto delle frontiere. Gli
stati sono inoltre vincolati ai trattati internazionali sottoscritti. Così la
legge Turco‑Napolitano fu preparata e votata in tempi relativamente brevi
perché bisognava mettersi in regola con il Trattato di Schengen che imponeva un
maggiore controllo delle frontiere. (57)
Per l'Italia, come per gli altri paesi dell'Unione, sono diventati crescentemente importanti i vincoli comunitari. Già il Trattato di Schengen aveva unificato la lista dei paesi terzi ai quali imporre l'obbligo di visto, aveva richiesto un comune impegno al controllo informatico degli ingressi, attrezzato con una banca dati delle persone da respingere (banca dati del S.I.S., Sistema Informativo Schengen). Ma il vero salto di qualità è stato fatto, come è noto, con il Trattato di Amsterdam che ha trasferito l'intera materia dell'immigrazione e dell'asilo alla quarta sezione del Primo pilastro, il che significa che su queste materie la Comunità può decidere e che, a partire dal 2004, potrà farlo non all'unanimità, ma a maggioranza qualificata dei rappresentanti dei governi dei paesi membri che compongono il Consiglio, mentre anche il Parlamento Europeo potrà pronunciarsi sulle proposte della Commissione. Insomma i singoli stati hanno rinunciato su questa materia ad una parte di sovranità. Il vertice di Tampere aveva già indicato anche le linee generali degli interventi dell'Unione: il superamento della «opzione zero», con la riapertura dei flussi legali; il contrasto dell'immigrazione illegale anche attraverso accordi con i paesi terzi e la repressione del traffico; l'espansione dei diritti degli immigrati regolari, in particolare dei lungo residenti, con la previsione di una crescita graduale dei diritti fino all'equiparazione con i cittadini; il riconoscimento che almeno i costi economici dell'asilo e del rifugio andassero distribuiti tra i paesi dell'Unione e che si dovessero introdurre misure comuni sia per evitare abusi, sia per semplificare le procedure, che si dovesse pensare a misure di integrazione dei rifugiati quando si palesasse un'impossibilità di rientro a tempi brevi; l'introduzione di misure per combattere la discriminazione ed il razzismo. Queste linee sono riprese ed approfondite nelle due comunicazioni, l'una sull'asilo e l'altra sull'immigrazione, presentate il 22 novembre 2000 dalla Commissione Europea. Ma già il 28 settembre 2000 una decisione del Consiglio ha istituito un fondo europeo per i rifugiati, per riequilibrare gli sforzi attualmente così diseguali degli stati membri con una ripartizione delle risorse proporzionata all'onere dell'accoglienza.
La Carta dei diritti
fatta propria dal vertice di Nizza ribadisce principi ovvi per regimi
democratici, quali il diritto di asilo (art. 18) o il divieto di
discriminazione (art. 21), ma dà anche indicazioni sui modelli di integrazione
quando afferma che l'Unione rispetta «la diversità culturale, linguistica,
religiosa» (art. 22) e quando prevede insieme la possibilità di creare istituti
di insegnamento privato e la libertà dei genitori non solo di educare, ma anche
di istruire i figli secondo le proprie convinzioni religiose (art. 14).
Nel 2000, sono state inoltre approvate dal Consiglio dell'Unione due direttive proposte dalla Commissione: una riguarda i ricongiungimenti familiari e l'altra le misure contro la discriminazione ed il razzismo.