Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati

 

SECONDO RAPPORTO SULL'INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA

 

INTRODUZIONE E SINTESI: UTILI, UGUALI, DISSIMILI

 

1. La struttura di questo rapporto

Il rapporto di quest'anno si divide in tre parti. La prima propone un modello di individuazione di indicatori di integrazione e ove possibile di loro applicazione empirica, rappresentando una sorta di primo tentativo di «integrometro», pensato per facilitare la comparazione non solo nel tempo e con altri paesi, ma anche in Italia tra nazionalità diverse e tra diverse realtà territoriali. Si tratta di un tentativo, che presentiamo con tutte le cautele del caso. Questo «integrometro» sintetizza anche dati forniti ed analizzati più analiticamente nella seconda parte, in cui vengono aggiornati alcuni capitoli dell'anno scorso, che corrispondevano, in fondo, agli argomenti classicamente trattati da chi si occupa di integrazione, anche se con una chiave interpretativa nuova, pensata dalla nostra Commissione e già proposta nel precedente rapporto. Rispetto allo scorso anno, abbiamo cercato di indagare su aspetti diversi dei vecchi temi. La terza parte approfondisce singole aree tematiche, che abbiamo giudicato particolarmente importanti, sia perché hanno attirato in positivo ed in negativo l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media (il lavoro, l'Islam in Italia, i rom e sinti, il contrabbando e la tratta di esseri umani, la sicurezza, che abbiamo visto per una volta con gli occhi degli immigrati), sia perché sono state oggetto di direttive europee (i ricongiungimenti familiari e la famiglia immigrata, la discriminazione). Abbiamo dedicato un capitolo a sé anche al tema classico e già ampiamente trattato del lavoro, perché è stato uno degli aspetti dell'immigrazione che è entrato con maggiore decisione nel dibattito pubblico nel nostro paese, modificandone i termini.

Cercheremo di sintetizzare e interpretare i dati che emergono dal nostro rapporto alla luce dei parametri di integrazione, intesa come rispetto dell'integrità della persona e come costruzione di relazioni non troppo conflittuali tra nazionali, immigrati e nuove minoranze. Nell'analizzare la sfera dell'integrità della persona, le condizioni di vita degli immigrati, valuteremo anche l'impatto della legge Turco­-Napolitano e più in generale dell'azione pubblica per evidenziarne eventuali disfunzioni su cui intervenire, ma anche ragioni di soddisfazione per il suo funzionamento.

Cercheremo di rilevare, almeno in parte, le azioni più importanti che possono aver influito sulla modificazione delle relazioni tra nazionali e nuove minoranze, e di individuare temi e ragioni di conflitto, timori e pregiudizi reciproci, ma cercheremo anche di verificare la fondatezza di tali timori. Per fare questo utilizzeremo anche alcune inchieste e ricerche demoscopiche da noi commissionate e seguite con interesse [Ispo 2000, Next 2000, A.Me.Cu 2000, Lostia 2000, Tognetti, cfr. cap. 3.3]. Si tenterà infine di capire quanto l'azione pubblica sia stata capace di affrontare i problemi che generano timori e conflitti e quanto sia stata capace di comunicare con efficacia gli eventuali successi. Si darà sinteticamente conto delle principali decisione prese a livello europeo, sia a livello di Unione, sia in alcuni paesi membri, in quanto le prime costituiscono insieme un vincolo all'azione pubblica italiana, ma, in parte, anche il risultato di tale azione; e in quanto le seconde ci indicano convergenze e divergenze del nostro paese, linee politiche che lasciano più o meno sperare nella costruzione di condizione di vita accettabili per tutti i residenti, nell'edificazione di rapporti, di civile convivenza tra tutte le culture presenti nella regione Europa.

 

2. Integrazione come rispetto dell'integrità della persona: segnali positivi e negativi nelle condizioni di vita degli immigrati

Ad un solo anno di distanza, sotto un profilo materiale, le condizioni di integrità degli immigrati in Italia non sono mutate di troppo, né poteva essere altrimenti. Ci sono segnali che confermano la stabilizzazione di una parte cospicua della nostra immigrazione. Gli alunni stranieri nelle scuole materne, elementari, medie e superiori iscritti nell'anno 2000‑2001 sarebbero 140.000, secondo stime Caritas [Pittau 2000]; gli iscritti nell'anno 1999‑2000 sono stati 119.679 (l'1,5% sul totale) secondo i dati del ministero della Pubblica Istruzione. I nuovi nati da genitori stranieri sono il 4% del totale. Si assiste ad un cospicuo flusso di ingressi per

motivi familiari (45.238, nel 1999), (1) che costituisce un indicatore di maggiore integrità, in quanto segnala una percezione di maggiore stabilità e sicurezza, e un'intenzione di fermarsi. Il ricongiungimento dovrebbe altresì agire come fattore capace di migliorare le condizioni complessive di integrità delle persone e delle

famiglie coinvolte. Esso rappresenta infatti la chiusura della dura fase del distacco e della separazione. Tuttavia sappiamo che la famiglia ricongiunta deve affrontare difficoltà, in parte già evidenziate nel rapporto dello scorso anno e nel seminario tematico da noi organizzato (2) che sono meglio analizzate nel terzo capitolo della terza sezione. Il ricongiungimento può infatti generare spaccature: figli e coniugi che arrivano controvoglia, il cui status sociale si capovolge da parente del ricco emigrato a parente del povero immigrato, mariti ricongiunti il cui ruolo di capofamiglia viene messo in crisi da una moglie immigrata prima, con maggiori contatti e capacità di guadagno [Lostia 2000; capitolo 3 della Terza Parte). Il ruolo tradizionale di madre della donna immigrata, sia che il figlio sia nato in Italia sia che sia ricongiunto, viene spesso criticato nelle sue traduzioni pratiche come disattento, assenteista, inadeguato dall'ambiente che circonda la famiglia, ad esempio dagli assistenti sociali, in particolare nei confronti delle madri singole. La famiglia ricongiunta, trapiantata o cresciuta fuori della propria; patria ha necessità abitative che non sempre riesce a risolvere. Talvolta l'appartamento adeguato, affittato per rispondere ai requisiti  richiesti dal regolamento attuativo della legge Turco‑Napolitano (3) viene poi abbandonato perché troppo caro, e la famiglia può ricadere in condizioni di sovraffollamento rischiose per l'igiene e la salute dei suoi componenti (cfr. Prima Parte, tabella 17). Tuttavia la presenza della famiglia segnala soprattutto ‑ come si diceva ‑ l'assenza di situazioni di malessere estremo. Così vediamo una particolare diffusione di condizioni abitative «nulle» (nel senso della condizione di homeless) o disagiate tra i marocchini, che sono più spesso maschi singoli.

La percezione stessa del successo o dell'insuccesso, sondata in una nostra ricerca ancora in corso [A.Me.Cu 2000], è più o meno collegata alla famiglia, oltre che al paese di origine, piuttosto che all'Italia. Così i marocchini mostrano un atteggiamento più individualista e proiettato al paese di origine, rispetto ai cingalesi che guardano sempre alla patria come luogo in cui valutare il successo ma pensano soprattutto ai figli, per i quali l'Italia appare troppo provinciale, poco poliglotta (4) con un sistema di istruzione scadente. Al contrario le minoranze albanesi, specie se professionalizzate, vedono il successo in una dimensione più personale, ma lo vogliono in Italia, e si lamentano perciò delle discriminazioni che dal quel successo tutto italiano li separano; anche i peruviani pensano al successo rivolti soprattutto all'Italia, ma lo vogliono, più che per sé, per i propri figli.

Ma la famiglia e la stessa possibilità di riprodursi sono per molte donne immigrate un'impossibilità. Gli orari di lavoro prolungati, l'assenza di un'abitazione propria, l'attività di prostituta, che è diffusa in alcune comunità, che va molto al di là delle donne costrette con la forza o il ricatto, ed è valutabile intorno alle 20‑30.000 persone (Terza Parte, capitolo 6), hanno provocato un divario nella pratica dell'aborto tra italiane e immigrate: l'incidenza dell'aborto volontario è circa il triplo (28,7 per mille, contro 9 per mille tra le italiane, secondo i dati forniti dalla Relazione sullo stato sanitario del paese 1999 esaminati nella Seconda Parte, capitolo 3). Si rileva altresì un tasso di incremento del 1,3 per mille dal 1995. (5) Si può ritenere che vi sia stato tra il 1995 e il 1998 un tasso di incremento analogo nelle gravidanze in generale, in quanto è simile il tasso di crescita di quelle portate a termine, che si esprime con un aumento dei parti, e ciò potrebbe spiegare la maggior crescita degli aborti delle straniere. Questo non rappresenta comunque un motivo di conforto: il divario rispetto alle italiane è troppo ampio. Inoltre, inchieste effettuate a Milano, Firenze e Prato (6) hanno messo in evidenza il fatto che tra le motivazioni ad abortire c'è, specie tra le lavoratrici domestiche, la pressione esercitata dalle datrici di lavoro. Questa constatazione mette crudamente in evidenza un fenomeno più generale, e cioè che le funzioni di cura dei bambini dei paesi ricchi, delegate in parte a donne dei paesi poveri, priva quelle donne della possibilità di essere madri, o almeno priva i loro bambini delle cure materne dirette. Si innesta una catena di delega nelle funzioni di cura, per cui ai figli della emigrata ‑ in mancanza di un padre, di una nonna o altro parente ‑ bada un'altra madre che a sua volta delega il proprio ruolo ad una figlia un po' più cresciuta [Hochschild 2000]. (7)

In questo secondo rapporto (Seconda Parte, capitolo 3) emerge più chiaramente ‑ come fa osservare Marceca ‑ un modo d'uso specifico della sanità pubblica da parte degli immigrati: si va solo nei casi estremi e si usa il day hospital per stare poco. La salute è un lusso, così come lo è la sicurezza sul lavoro: non si hanno purtroppo rilevazioni sistematiche sugli incidenti occorsi ad immigrati, ma ricerche locali, quali quelle di Arzignano, danno risultati preoccupanti. Si sa poi che gli incidenti sul lavoro vengono minimizzati per non creare problemi al datore di lavoro o occultati nei casi diffusi di lavoro nero.

Ad alcune comunità immigrate, ed in misura più netta alla minoranza rom e sinti, anche per coloro tra gli zingari che sono cittadini italiani, si applica la classica sindrome del malessere che accompagna l'esclusione: abitazioni malsane o addirittura assenza di alloggio, disoccupazione, lavori precari o mancanza di lavoro, quindi incertezza del reddito, bassi livelli di scolarità, scarsi rendimenti a scuola e abbandoni scolastici, malattie tipiche della povertà e della marginalità culturale, quali le nascite sotto peso e l'alta mortalità perinatale, il maggior tasso di incidenti sul lavoro, i maggiori livelli di devianza, anche se non necessariamente orientati alla criminalità «pesante». I pezzi di questa sindrome sono fortemente interconnessi e vanno affrontati con interventi integrati, come emerge, in particolare, dalle riflessioni sulla condizione degli zingari non solo in Italia (Terza Parte, capitolo 7). Sono la carenza e l'incertezza del reddito che obbligano ad accettare abitazioni malsane e insicure, e questo spiega una parte cospicua della più alta propensione ad ammalarsi. La percezione di un ambiente nazionale ostile, la precarietà legata talvolta alla condizione di irregolare fanno capire la riluttanza a mandare i figli a scuola, una più alta elusione scolastica che riguarda in modo acuto gli zingari ed in modo meno grave i figli di immigrati. La condizione di irregolare, l'incertezza del reddito, la famiglia lontana spiegano pure gli stati di ansia.

Così la ricerca de «Le Nove», che presentiamo nel capitolo 4 della Terza Parte, mostra che la sicurezza cresce e l'ansia diminuisce man mano che il tempo passa anche in quanto, presumibilmente, gli immigrati entrati irregolarmente hanno ottenuto un permesso di soggiorno. Inoltre la legge Turco‑Napolitano ha messo a disposizione importanti strumenti, che hanno cominciato a funzionare, in particolare il sostegno all'apprendimento dell'italiano come lingua seconda e lo studio della lingua d'origine, che a volte viene considerato un passo necessario per apprendere meglio la lingua del paese ospite. Ma il contenimento delle spese scolastiche ha colpito in generale il sostegno, e quindi il doppio supporto all'italiano e alla lingua di origine appare insufficiente (Seconda Parte, capitolo 4), mentre i dati sul ritardo scolastico non sono confortanti, analogamente a quelli sull'apprendimento dei bambini rom [Brazzoduro 2000; Terza Parte, capitolo 7).

Per quanto concerne l'insegnamento della lingua italiana si stanno facendo però anche passi avanti. Alla proposta, da noi avanzata lo scorso anno, di introdurre un diploma di lingua italiana, stanno lavorando congiuntamente il ministero della Pubblica Istruzione e il Dipartimento degli Affari Sociali. Corsi di lingua e cultura italiana diretti insieme a bambini e adulti hanno dato risultati incoraggianti. Il riconoscimento dell'importanza della lingua veicolare come strumento di integrazione è alla base del progetto pilota per la costituzione di un sistema nazionale per l'insegnamento dell'italiano di base agli immigrati adulti. Agli strumenti messi a disposizione dalla legge n. 40 se ne sono aggiunti di nuovi, o un uso nuovo dei vecchi. Pensiamo all'esperimento di insegnamento della lingua italiana nelle fabbriche del Nord‑Est, pensato dalla «Commissione per l'integrazione dei lavoratori immigrati» (8) istituita su base temporanea allo scopo di fare proposte per l'integrazione all'interno delle aziende, in particolare rivitalizzando l'istituto delle 150 ore. Si tratta di una proposta diretta non solo a favorire l'integrazione, ma anche la prevenzione degli incidenti sul lavoro. Altre iniziative, più consuete perché inserite nell'utilizzazione dei fondi che la legge Turco-Napolitano destina alle misure di intercultura e di integrazione, hanno suscitato polemiche: si pensi ai corsi di lingua araba finanziati dalla Regione Emilia Romagna. (9) L'ostilità al mantenimento anche della lingua del paese di origine contrasta con il ruolo attivo che il governo italiano ha sempre avuto per il sostegno della lingua italiana per le proprie comunità di emigrati all'estero, ma anche con la realtà dei movimenti migratori, che presentano spesso forme di stagionalità, di lungo pendolarismo, di ricambio tra parenti, di veri e propri rientri, che danno luogo a reti di relazioni mobili nelle quale una competenza sulla lingua del luogo d'origine è necessaria. Ed è quanto sta avvenendo anche in Italia, come mostra tra l'altro una ricerca da noi commissionata al Cespi [2000a]. Nel 1999 sono stati rilasciati ben 834.776 visti per affari, turismo, missione. Dietro questi visti si nasconde anche una realtà di lavoro a turnazione, tra membri della stessa famiglia o dello stesso villaggio, che in tal modo riescono a soggiornare almeno legalmente. Questo ci ricorda ‑ come ha fatto notare Pugliese ‑ il gran numero di visti turistici rilasciati in Germania agli italiani negli anni della ricostruzione.

Persino rispetto alla questione rom, caratterizzata da una notevole trascuratezza dell'azione pubblica, che ha procurato all'Italia reprimende da parte di organismi internazionali, si sono registrate a livello locale esperienze interessanti [Opera Nomadi 2000]. Una di queste è stata accompagnata da inevitabili polemiche: si tratta del progressivo svuotamento dei Campo nomadi del Casilino Settecento a Roma, e del trasferimento di coloro che ne avevano diritto in villaggi e campi più piccoli e ristrutturati. Più in generale, a Roma si è pensata una strategia complessiva: si è perseguito il recupero della legalità (l'esclusione dei devianti, degli irregolari e dei benestanti dall'uso di strutture pubbliche, la subordinazione della concessione delle abitazioni all'accettazione di certe regole, quali la disponibilità a mandare i bambini a scuola). (10) Tuttavia, come emerge dal capitolo 7 della Terza Parte, dedicato ai rom, non basta barattare l'istruzione in cambio della casa; se vogliamo che l'istruzione renda, occorre che la scuola non venga percepita come un ambiente che fa sentire gli scolari zingari inadeguati, che disprezza e vuole cancellare la loro cultura e quella dei genitori.

Come si è detto però, in questo come più in generale nell'integrazione degli immigrati si sono registrati esperimenti interessanti soprattutto a livello locale [Cespi 2000b]. A livello centrale appare interessante l'introduzione, sul modello francese, di un «Numero verde contro la discriminazione», attualmente in fase di progettazione presso il Dipartimento Affari Sociali. (11)

Ma è dal mondo del lavoro che viene il numero maggiore di segnali positivi. Gli immigrati costituiscono ormai il 3% degli occupati. Il ciclo positivo dell'economia italiana aumenta l'offerta di lavoro anche nel settore formale e consente quindi la messa a disposizione di posti di lavoro "in bianco" per una quota di immigrati prima relegata nel sommerso. Tuttavia il numero di immigrati che lavora nell'economia informale aumenta dal 31,2% al 38,3% nel 1999. Forse ‑ come ipotizza Reyneri (Terza Parte, capitolo 1) ‑ anche a causa della maggiore capacità e accuratezza di indagine: l'aumento si deve infatti in gran parte alla provincia di Latina (dove il numero delle ispezioni cresce di quasi il 50%). L'ampiezza delle recenti regolarizzazioni, che imponevano la condizione di occupato o di titolare di un'offerta di lavoro come requisito, è un buon indicatore delle opportunità di emersione, del resto gli stessi tempi lunghi delle procedure di regolarizzazione hanno prodotto irregolarità: chi era in attesa non aveva scelta (in un primo momento con il solo cedolino non ci si poteva iscrivere, successivamente ‑ dietro pressione delle associazioni ‑ il ministero ha consentito l'avviamento al lavoro anche senza libretto di lavoro). Le regolarizzazioni nel soggiorno hanno tuttavia prodotto soprattutto un nuovo flusso di lavoro legale: nel 1999 sono stati rilasciati circa 80.000 nuovi libretti a stranieri. Reyneri suggerisce di considerare come indicatore delle opportunità per gli immigrati di restare nel mercato regolare del lavoro il minor numero di permessi di soggiorno non rinnovati, dopo le recenti regolarizzazioni: questo segnala la diminuzione del rischio di ricaduta nella condizione di irregolare. Tuttavia il tasso di ricaduta nella irregolarità, rispetto al permesso di soggiorno, è ancora notevole. Anche tenendo conto del fatto che i mancati rinnovi includono coloro che si trasferiscono in altri paesi o rientrano in patria, essi rimangono ancora molto alti: circa 85.000. E’ una cifra simile a quella degli ingressi legali, cifra che si ottiene sommando le quote annuali e i ricongiungimenti familiari che, in Italia, a differenza che in altri paesi, sono fuori quota. In Italia abbiamo avuto quest'anno 63.000 ingressi sulla base del «decreto flussi», mentre, soltanto tra gennaio e agosto 2000, si erano già verificati 30.082 ingressi per ricongiungimento familiare. In un contesto in cui cresce la domanda di lavoro immigrato, la condizione di regolare appare meno precaria di prima, ma non è comunque facile da mantenere. Essere in regola con il permesso di soggiorno costituisce una fatica di Sisifo, la continua ricostruzione di una condizione giuridica esposta a continua distruzione. La tavola rotonda, organizzata dalla nostra Commissione (12) su alcuni aspetti perversi della legge n. 40 e della sua applicazione, ha messo in evidenza il fatto che l'aver introdotto la possibilità di restare disoccupati per un anno senza perdere il permesso di soggiorno non ha costituito un vantaggio per gli immigrati realmente disoccupati o, più spesso, occupati in nero. Come evidenzia una ricerca da noi commissionata all'Asgi [2000] questa misura ha di fatto tolto discrezionalità alle questure che prima potevano concedere il rinnovo per «attesa occupazione»: l'anno è diventato un tetto massimo che prima non c'era (13) . Il collegamento tra occupazione e rinnovo del permesso di soggiorno si trasforma in un continuo rischio di ricaduta nella irregolarità, in un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da un'ampia quota di economia informale: una Comunicazione della Commissione europea del 1998 stimava che il sommerso in Italia concorresse al prodotto interno lordo per il 20-­26%. Secondo i dati dell'ispettorato del lavoro il 26,1% degli immigrati che lavorano in nero sarebbero regolari, quindi in una condizione sospesa. Perciò mentre il Testo Unico prevede (articolo 5, comma 5) che il permesso di soggiorno possa essere revocato quando vengano a mancare i requisiti previsti per il suo rilascio, inclusa la «disponibilità di un  reddito da lavoro o da altra fonte lecita», il regolamento attuativo consente una temporanea autocertificazione (articolo 13) ed il Consiglio di Stato, partendo dal presupposto che le limitazioni alla libera circolazione degli individui si giustifichino per ragione di ordine e sicurezza, ha giudicato ingiustificata l'espulsione di uno straniero che si comporti correttamente. (14) Gli immigrati non solo sono sfruttati come lavoratori in nero, ma posti fuori legge per il fatto di non poter dichiarare il proprio status lavorativo ed i propri redditi, messi in condizione di non poter rientrare nel settore formale dell'economia.

Staccare il permesso di soggiorno dal lavoro costituirebbe un ulteriore incentivo ad allargare l'economia informale. E’ bene però che l'opinione pubblica sia informata del fatto che la gran parte dei clandestini e degli irregolari sono lavoratori e che la clandestinità si sconfigge con un operazione di faticoso grande rientro nella legalità che riguarda anche gli italiani come datori di lavoro.

Questa considerazione ci consente di interpretare con ottimismo un segnale positivo e cioè la diminuzione di iscritti al collocamento: anche tra questi immigrati, ufficialmente disoccupati, sii nasconde una buona dose di lavoratori precari. Le recenti inchieste svolte sulle liste di collocamento hanno messo in evidenza non solo

per gli italiani, ma anche per gli stranieri la presenza di un'ampia percentuale di persone che lavorano in attività informali o sotto soglia in termini di ore lavorate.(15)

Un segnale invece negativo, anche se fisiologico in processi migratori relativamente giovani come i nostri, è costituito dal fatto che gli immigrati restano relegati nei lavori manuali poco specializzati. Il 76,5% è costituito da operai generici. La nostra economia ha bisogno invece oggi di una maggiore offerta di specializzati [Sciarrone e Santi 2000], sia operai che impiegati, ed ha bisogno altresì di alte qualifiche. Ci sono segnali positivi nell'ultimo biennio: 1.500 assunzioni hanno riguardato professioni intellettuali, scientifiche e tecniche di alto livello, mentre 5.500 lavoratori sono stati assunti in attività professionali intermedie. La costruzione di un'anagrafe dei lavoratori iscritti nelle liste per richieste di permessi di soggiorno per ragioni di lavoro che tiene conto delle professionalità e della formazione costituisce un'importante passo avanti operato dal ministero del Lavoro per favorire l'incontro tra domanda e offerta a distanza, e per valorizzare le professionalità. Una sperimentazione è in atto in Albania con il supporto operativo della sezione italiana dell'Oim (l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Per un miglior utilizzo qualitativo della quota degli ingressi riservata alla Tunisia il ministero del Lavoro e della Formazione professionale tunisino ha avviato, attraverso la pertinente Agenzia di cooperazione tecnica, dei corsi di lingua italiana riservati ai candidati iscritti alle liste redatte congiuntamente per l'inserimento nel mercato del lavoro. Corsi analoghi si stanno predisponendo, anche in collaborazione con l'Istituto italiano di Cultura a Tunisi, per gli infermieri. Si può peraltro notare che i bacini tradizionali della immigrazione in Italia (Maghreb, Sud balcanico, Perù, Filippine) non sono caratterizzati da significative presenze di skills hi‑tech, perché l'Italia non è competitiva (vedi le osservazioni dei cingalesi nell'inchiesta A.Me.Cu) per attrarre figure da bacini ricchi di tali professionalità.

La persistente segregazione verticale, nelle zone basse della occupazione può dar luogo nel tempo a veri e propri fenomeni di discriminazione, un pericolo che avevamo già prospettato nel primo rapporto e che si conferma nel secondo. La ricerca della Commissione condotta da Emilio Reyneri, in collaborazione con la Provincia di Milano, sulle pratiche di regolarizzazione ha mostrato un altro tratto interessante e positivo dell'attività immigrata: l'aumento delle piccole imprese e il consolidamento delle catene migratorie. Come abbiamo già detto, la possibilità di dimostrare la condizione di essere oggetto di un'offerta di lavoro o di essere lavoratore autonomo costituiva un requisito necessario per vedere accolta la domanda. Dalla ricerca è emersa una notevole presenza di piccole imprese, specie egiziane, che assumono connazionali. Il fatto che i titolari di impresa abbiano spesso alle spalle un'esperienza di lavoro subordinato fa presumere un modello di «carriera» sano e consapevolmente perseguito [Conticelli 2000]. Non ci nascondiamo la possibilità che la dichiarazione di lavoro autonomo celi piccole pseudo‑imprese che costituiscono la copertura per un lavoro subordinato precario, un ripiego rispetto al lavoro subordinato [Ambrosini 1999], né si può escludere che l'offerta di lavoro da parte di un connazionale possa costituire un «favore non gratuito», tuttavia il fenomeno emerge con consistenza tale da far supporre importanti basi reali. Questo segnale positivo di mobilità corregge almeno in parte il segnale negativo della segregazione verticale. Inoltre, il consolidamento di certe comunità in certi mestieri ‑ pensiamo, per il lavoro autonomo, agli egiziani nel settore della panificazione e ai cinesi nelle imprese manifatturiere e nella ristorazione ‑ è una prova in più del fatto che anche in Italia l'immigrazione si sta stabilizzando, sta entrando in una fase più matura. Non esiste necessariamente una vocazione nazionale a certi mestieri: gli egiziani, che in Italia si concentrano nella panificazione (pizzerie in particolare), in Francia si dedicano alla costituzione di piccole imprese edili. Il più delle volte la specializzazione di alcune nazionalità in certi mestieri è semplicemente un segnale di stabilizzazione, e di capacità di cogliere con efficacia segnali di mercato. I primi arrivati trovano lavoro, chiamano conoscenti e parenti, rispetto ai quali funzionano come una sorta di garanzia di affidabilità, nel caso in cui anche essi svolgano lo stesso lavoro subordinato, e rispetto ai quali possono agire da datori di lavoro, se e quando aprono attività in proprio.

Le comunità immigrate sono dunque qui per restare e per costituire un elemento strutturale della crescita economica italiana. Più in generale, come affermato anche nel Consiglio europeo di Tampere (15‑16 ottobre 1999), e come è stato ribadito nella recente Comunicazione della Commissione Europea (22 novembre 2000), l'immi­grazione rappresenta un elemento strutturale della crescita economica dell'intero vecchio continente, tanto più importante alla luce della stasi demografica che lo caratterizza.

Dal marzo al luglio 2000 il 10% dei nuovi assunti secondo dati dell'osservatorio Inail è stato costituito da immigrati, mentre un'inchiesta rivolta agli imprenditori ha messo in evidenza il fatto che tra i futuri assunti gli immigrati potrebbero rappresentare un quarto delle nuove leve [Zanfrini 2000]. Per rispondere a pressanti richieste, il ministero del lavoro ha concesso 20.000 permessi per lavoro stagionale. (16) Tuttavia, la proposta di ampliare ulteriormente i flussi non stagionali, rispetto al livello fissato dal decreto iniziale in 63.000 unità, è stata contrastata dall'opposizione, che ha invitato a verificare la disponibilità di manodopera nazionale da recuperare nel bacino della disoccupazione meridionale. Il governo ha accettato di seguire questo suggerimento. E’ tuttavia chiaro che, se ci fosse una sufficiente disponibilità alla mobilità dal Sud, questa si sarebbe già verificata. Ed in piccola misura si è effettivamente verificata, in tempi recenti, anche grazie all'intervento attivo delle agenzie di reclutamento per il lavoro interinale. Certamente la compresenza di alti tassi di disoccupazione al Sud (17) e di carenze di offerta di lavoro nel Centro e Nord, ma anche in molti bacini dello stesso Sud, sembra un dato allarmante, e altrettanto certamente si possono pensare forme di incentivazione ulteriori alla mobilità interna, ma ciò non può che avere incidenze molto limitate in assenza di radicali rivolgimenti nella distribuzione territoriale della spesa pubblica, nella regolazione dei mercati del lavoro, nella loro segmentazione, e così via. In altre parole, sia il governo che l'opposizione hanno competenze sufficienti per sapere che le migrazioni interne non possono oggi compensare l'ampliamento dei flussi migratori. Questo comportamento in un certo senso indifferente ai dati materiali, ma attento alle retoriche politiche, non si spiega se non facendo un passo avanti nella rilevazione dello stato di integrazione, guardando cioè ai dati immateriali e alla dimensione della integrazione intesa come interazione a basso conflitto.

 

2. L'integrazione come interazione a basso conflitto. Gli effetti positivi dell'affermazione pubblica della necessità dei flussi,gli effetti negativi di una strategia di inimicizia dall'alto

Potremmo dire che nel 2000 si è realmente verificata una svolta nel modo di porre in Italia la questione della integrazione, e che questa ha riguardato non tanto il versante dell'integrità delle persone, quanto quello dell'interazione tra nazionali e minoranze immigrate. I mutamenti verificatisi nell'opinione pubblica a questo proposito hanno peraltro solo in parte origine e corrispondenza nei comportamenti delle élite, a loro volta tutt'altro che omogenei. Infatti da parte delle élite, ovviamente non le stesse, si è verificata da un lato una decisa apertura al lavoro immigrato, e dall'altro una chiusura alle persone degli immigrati e alle culture minoritarie.

Nel 2000, per la prima volta e con forza, le organizzazioni dei datori di lavoro hanno sottolineato le carenze strutturali di manodopera e hanno esplicitamente richiesto un ampliamento dei flussi di ingresso. (18) Questa presa di posizione ha avuto il suo momento culminante nel principale dei molti importanti convegni (19) in tema di immigrazione organizzati per il 2000 dall'Agenzia romana per la preparazione del Giubileo, «Migrazioni, scenari per il XXI secolo», tenutosi a Roma dal 12 al 14 luglio. In questa occasione la necessità strutturale dell'immigrazione per contribuire ai deficit attuali e futuri viene ribadita non solo da alcuni interventi e dalle ricerche presentate nei due volumi preparatori [Agenzia romana per la preparazione del Giubileo 2000], ma anche dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio  (20)  e del Governatore della . Banca d'Italia. (21) E questo si riverbera almeno in parte sull'opinione pubblica che ‑ come vedremo ‑ non solo accetta la tesi che il lavoro immigrato copre mansioni sgradite agli italiani, ma è disposta ad attribuire agli immigrati una sorta di statuto di uguaglianza sui luoghi di lavoro. Tuttavia, l'opinione prevalente tra gli italiani è che non si debbano ampliare i flussi legali, neanche di fronte alle necessità economiche, mentre si spera nella possibilità di una nuova grande migrazione dal Sud. Questo spiega la reazione dei politici, apparentemente pronti a seguire piuttosto che a correggere gli atteggiamenti irrazionali degli italiani nei confronti dell'immigrazione, ma poco disposti a dar credito a queste stesse richieste quando sono ragionevoli e fondate. Così in passato gli italiani sono stati poco ascoltati quando chiedevano maggior rispetto della legalità; lo sono poco oggi, quando chiedono più diritti per gli immigrati regolari, specie se lungo residenti.

L'anno santo 2000 introduce un'altra innovazione nelle relazioni tra maggioranza e nuove minoranze: il timore dell'invasione islamica, la paura di uno sconvolgimento delle nostre tradizioni. Proprio nell'anno giubilare abbiamo assistito ad una promozione di inimicizia e di intolleranza, ad un'attivazione (o almeno ad una legittimazione) di rapporti conflittuali dall'alto: da parte di autorità religiose, di studiosi, di leader di partito.

La destra italiana che nel suo complesso, fino a pochi anni or sono, era portata ad esempio anche da studiosi stranieri per le sue prove di apertura e di rispetto nei confronti degli immigrati [Perlmutter 1996], vede nell'anno 2000 il passaggio delle posizioni di intolleranza religiosa e di aggressività xenofoba dalle frange e dai margini di quella coalizione al suo nucleo duro, nel quale la Lega svolge ora un ruolo importante e talvolta di traino. Un primo passo verso l'incentivazione di rapporti conflittuali era venuto dalla proposta di referendum abrogativo della legge Turco‑Napolitano organizzata dalla Lega, proposta che era stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza 3/7.2.2000 n. 31).  (22)  Un altro importante passo verso l'accentuazione del conflitto è venuto dalla proposta di legge di iniziativa popolare Bossi‑Berlusconi, sia perché essa è stata lanciata nel marzo 2000, in occasione della campagna elettorale per le elezioni regionali, sia perché con questo atto si rompe un atteggiamento sostanzialmente moderato nei confronti dell'immigrazione, tenuto negli anni passati, almeno a livello centrale, dagli esponenti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, un atteggiamento che aveva certo contribuito all'accettazione di Forza Italia tra i popolari e di An nel gruppo di tradizione gollista al Parlamento Europeo.  (23)

Le manifestazioni pubbliche della xenofobia diventano impudiche e insieme ridicole. Ricordiamo, nell'anno santo 2000, la marcia di Lodi contro la concessione di un terreno per la costruzione di una moschea, nella quale si minacciava di spargere su tale terreno escrementi di maiale. Ricordiamo la richiesta del sindaco del comune di Rovato, nel Bresciano, ai non cristiani di passare ad almeno 15 metri dalla chiesa principale, o la inquietante boutade di un sindaco del Nord‑Est che ha suggerito di vestire gli immigrati da conigli e di aprire la caccia. Si tratta di una xenofobia che potrebbe salire dalle cantine al piano nobile della Casa delle Libertà. Fortunatamente questa ascesa appare in buona misura contrastata dai leader più responsabili e avveduti della coalizione di centro‑destra, dalle personalità pubbliche più interessate a non incrinare le proprie relazioni con i gruppi parlamentari a livello europeo, con le associazioni partitiche internazionali, con una società civile ostile alle aggressioni. Si tratta di una prudenza fondata: in effetti, le posizioni espresse con più nettezza dalla Lega, ma tollerate anche da altre componenti del centro‑destra, sarebbero impensabili per partiti che avessero serie aspirazioni di governo in altri paesi democratici, e non sono condivise dalla maggioranza degli italiani.  E’ auspicabile che sia stata questa ragionevole prudenza a consigliare di disdire la marcia di Verona. Gli Stati Uniti, che hanno cercato a lungo di stemperare le minoranze nel melting pot, in un crogiolo apparentemente universale, ma di fatto asimmetricamente inteso, in cui prevalesse in ultima analisi la componente bianca e protestante, hanno prima accettato ebrei e cattolici, e stanno ora accettando orientali, ispanici e islamici. I cittadini americani hanno potuto vedere, nel 1999, il loro presidente Clinton ricevere una rappresentanza delle comunità islamiche nei giardini della Casa Bianca ed affermare pubblicamente di considerare l'Islam «una religione degli Stati Uniti d'America». In quel paese, uno Stato importante come il New Jersey certifica la qualità di trattamento secondo le prescrizioni religiose islamiche dei cibi messi in commercio sul suo territorio (Zolberg 2000). La Francia, in teoria assimilazionista e repubblicana, ha prima accettato di concedere alcune autonomie alla minoranza ebrea, e le sta ora estendendo a quella islamica [Martiniello 2000].

In Italia, invece e purtroppo, nell'anno che è oggetto di questo rapporto, atteggiamenti di radicale rigetto e crociate anti-islamiche hanno trovato un humus favorevole o quanto meno una debolezza di barriere e di contrasti adeguati nelle posizioni ufficiali di alcuni vescovi, nei pamphlet e negli articoli di accreditati studiosi. Una parte non trascurabile delle élite religiose, politiche ed intellettuali italiane si è adoperata in questo anno per avvalorare luoghi comuni, basati su cospicui errori di fatto, e/o su principi improponibili. Contrastare questi atteggiamenti, e richiamare ad una lucida comprensione della realtà è un dovere per chiunque creda in una politica di integrazione ragionevole, nella costruzione di relazioni a basso conflitto.

Proprio per questo abbiamo dedicato un capitolo della Parte terza del rapporto, di carattere tematico, ad una breve illustrazione dei fondamenti religiosi dell'Islam, e delle reali relazioni tra Stato e religione, in particolare alle relazioni che si instaurano quando l'Islam si «deterritorializza», quando cioè emigra ed interagisce con contesti culturali nei quali è minoritario. Per le stesse ragioni abbiamo presentato una breve sintesi delle richieste che le comunità islamiche in Italia avanzano davvero [Aluffi 2000; El Ajubi 2000], al di là dei timori immaginari e degli incubi di cui amano nutrirsi commentatori disinvolti e politici immaginosi.

In questa introduzione trattiamo brevemente solo gli argomenti più spesso proposti dai detrattori dell'Islam. Così ricordiamo che il vergognoso costume delle mutilazioni sessuali femminili è legato ad alcune aree geografiche, non certo alla religione islamica: è diffuso, ad esempio, in Etiopia presso i cristiani coopti e gli animisti. Purtroppo si tratta di una pratica che difficilmente si combatte solo con la legge, così come sarebbe stato difficile, nel nostro recente passato, combattere solo con la legge la pratica del delitto d'onore o del matrimonio riparatore in caso di rapimento e stupro. Perciò accade che l'Egitto, che vieta per legge la pratica delle mutilazioni, sia purtroppo uno dei paesi che ne sono più colpiti. (24) E’ quindi importante che il governo italiano si impegni ulteriormente in un'opera sia di repressione, sia di sensibilizzazione dei genitori immigrati dalle aree a rischio di mutilazioni sessuali.

La poligamia, invece, altra ragione di diffidenza nei confronti dell'Islam, non è in contrasto con il Corano, anche se su questo punto esistono dispute dottrinarie. Essa venne accolta a suo tempo nella sharia, nel diritto islamico, come peraltro nel diritto ebraico, in quanto antico strumento di protezione delle vedove da parte dei familiari prossimi del marito defunto, anche se in seguito è stata usata per cumulare relazioni coniugali. E’ tuttavia un istituto in decadenza ed è presumibile che i tempi della sua obsolescenza si affrettino. Ci sono già paesi a maggioranza islamica, come la Tunisia e la Turchia, dove è vietata, altri dove è semi‑vietata e comunque scoraggiata, come l'Egitto e la Siria. In Marocco è in discussione una proposta di divieto. Si tratta comunque di una pratica limitata visti i costi economici che essa comporta, (25) e particolarmente limitata nel caso di migranti, sia perché i costi del mantenimento di una seconda moglie all'estero sono più alti, sia perché i costumi di chi emigra sono relativamente più moderni. La direttiva europea sui ricongiungimenti familiari consente il ricongiungimento di una sola moglie, ma invita a tenere conto dei superiori interessi dei bambini, un interesse che ha spinto già alcuni giudici a prevedere eccezioni. In Italia le intese sono possibili solo con associazioni religiose il cui statuto non contrasti  con l'ordinamento giuridico italiano, secondo il parere del Consiglio di Stato. (26) E impensabile che la bigamia entri nell'ordinamento italiano in seguito alla ampia presenza di minoranze musulmane. Così, ad esempio, in un paese come la Francia, che ospita circa cinque milioni di musulmani, la poligamia non è entrata nel diritto, né si è diffusa nel costume dei nazionali più di quanto non lo fosse già nel passato. Ugualmente, non abbiamo visto donne di origine nazionale francese, tedesca o belga adottare il foulard, mentre abbiamo visto le seconde e terze generazioni di ragazze, i cui ascendenti provenivano da paesi islamici, abbandonarlo. In Italia, una circolare del ministero dell'Interno (24 luglio 2000) ha invitato ad accettare nei documenti di riconoscimento foto con il fazzoletto in testa, così come con il velo monacale, purché la copertura del capo sia tale da non impedire la riconoscibilità del soggetto. Molti confondono il fazzoletto con le varie forme di copertura che possono arrivare persino a velare gli occhi e che certamente non si possono considerare ammissibili. Tuttavia, certe pratiche estreme sono presenti in paesi politicamente «amici dell'occidente». Come ci fa osservare Fuad Allam, nel quinto capitolo della Parte terza, non c'è un nesso tra fondamentalismo islamico e radicalismo anti‑occidentale: un paese fondamentalista e terribilmente oppressivo nel confronti delle donne è l'Arabia Saudita, cui nessuna onorata democrazia occidentale medita di imporre sanzioni, mentre i talebani, che sono certo classificabili tra i più detestabili tiranni oggi al potere nel mondo, sono riusciti a prevalere in Afghanistan con l'appoggio degli Stati Uniti.

Imprecisioni ed errori di fatto rispetto all'Islam si sono accompagnati a qualcosa di più grave: ad abbagli nella definizione dei principi. Così, per quanto riguarda la libertà religiosa e le libertà civili da garantire a casa nostra, si è fatto riferimento al criterio di reciprocità. Si è proposto di limitare la libertà religiosa di persone che provengono da paesi dove il cristianesimo è represso. Si tratta di un'affermazione insostenibile per chi abbia a cuore uno spirito liberale: non possiamo imitare i comportamenti autoritari di regimi illiberali, se non vogliamo assumere la loro fisionomia, diventare come loro. Da sempre l'Europa democratica, con la categoria stessa dell'asilo politico, riconosce e valorizza l'esistenza di asimmetrie tra le proprie libertà e le illibertà altrui, ammettendo alle prime chi voglia sfuggire alle seconde. Dovremmo altrimenti impedire l'iscrizione al sindacato dei lavoratori provenienti dai paesi in cui non esistono sindacati liberi. Coloro che respingono i diritti di certe comunità religiose in nome della difesa dell'individualismo non si rendono conto che proprio la loro pretesa di reciprocità implica una visione comunitaria, collettiva e compatta dei cittadini di uno stato. Si tratta di una pretesa che non considera la religione come esperienza individuale e variabile nel tempo: le persone a cui viene negato il diritto alla pratica religiosa perché provenienti da uno stato intollerante potrebbero essere individualmente tollerantissime.

D'altra parte, sotto il profilo fattuale, non è vero che gli ordinamenti dei paesi a maggioranza islamica siano prevalentemente intolleranti. Secondo l'affermazione di una fonte poco faziosa come Monsignor Tonini «su 42 paesi islamici solo 12 possono essere considerati integralisti». Non solo, come dimostra un'interessante ricerca della Fondazione Agnelli [Aluffi 2000], il cristianesimo è trattato fre­quentemente con misure più tolleranti di quanto non accada fino ad oggi con l'Islam in Italia. In alcuni paesi a maggioranza musulmana ‑ Libano, Senegal, Giordania ‑ le principali festività cristiane sono festività nazionali. In Siria e Tunisia sono tali per i cristiani, mentre in Egitto la regola vale nel settore pubblico, ma una sentenza della Corte di Cassazione la ha estesa al settore privato ed ha previsto il cumulo con le feste nazionali. La richiesta di venerdì festivo che tanto intimorisce alcuni nostri studiosi liberali, (27)  e che peraltro non è condivisa da tutte le associazioni islamiche presenti in Italia (28)  trova già un equivalente nelle domeniche e nei sabati festivi concessi alle minoranze cristiane ed ebree in vari paesi a maggioranza islamica. In Marocco, un decreto stabilisce che il riposo settimanale può essere accordato di venerdì, di sabato, la domenica o il giorno di mercato. A maggioranza di due terzi dei lavoratori e dei datori di lavoro di una città, di un quartiere, di un settore produttivo o commerciale, il giorno si può cambiare. In Siria i giorni possibili sono il venerdì e la domenica. In Tunisia, nella pubblica amministrazione la scelta è tra venerdì pome­riggio, sabato pomeriggio e domenica, altrove tra sabato e domenica. Alla Tunisia si affiancano Libano, Senegal e Turchia, che scelgono la domenica.

Quindi, persino il giorno festivo deputato non è in tutti i paesi a maggioranza islamica obbligatoriamente il venerdì (29) un giorno particolarmente dedicato alla preghiera e quindi per prassi al riposo, ma non consacrato a tale scopo come avviene per la domenica cristiana e soprattutto per il sabato ebraico. (30) Va aggiunto che l'Islam è, in quasi tutti i paesi in cui è in maggioranza, considerato religione di stato, come per altro lo era la religione cattolica in Italia fino alla revisione del concordato del 1984. Fanno eccezione la Tunisia, che si considera una società, ma non uno stato mussulmano, e con lei la Siria, la Turchia e l'Iraq, oltre all'Indonesia, dove vale la dottrina del panchasila.  (31) Il diritto islamico è in molti paesi fonte del diritto civile, tuttavia alcuni paesi ‑ tra i quali l'Iraq ‑ consentono i cosiddetti «statuti personali», cioè l'utilizzazione di un diritto diverso da quello statale, ad esempio in materia di trattamento della famiglia e del rapporto tra coniugi, per le minoranze. In Siria i non mussulmani sono esentati da alcune prescrizioni, in Giordania, viceversa, la sharia si applica solo alla maggioranza mussulmana. In Senegal il diritto di famiglia varia per le diverse comunità. Insomma, alcuni paesi islamici, persino alcuni in cui non vigono forme benché minimamente democratiche, hanno dato ai cristiani non solo molto più di quello che l'Italia cristiana concede alle minoranze islamiche, ma molto di più di quello che le minoranze musulmane stanno chiedendo all'Italia. Si può notare tra l'altro che i paesi dai quali provengono le principali comunità nazionali immigrate in Italia da paesi a maggioranza islamica (Marocco, Tunisia, Senegal, Egitto) sono in materia particolarmente tolleranti. L'Albania appare piuttosto come un paese irreligioso. La tolleranza delle leggi non previene l'intolleranza reciproca delle comunità, ma una barriera politica e pubblica al razzismo può ridurre fortemente i rischi di scontri.

In Italia, purtroppo, nei 2000 la xenofobia ha valicato quelle che Rob Witte (1996] ha individuato come due soglie rischiose: il confine che divide i comportamenti privati da quelli civili e politici, e il confine che divide il com­portamento di movimenti estremisti da quello degli organismi rappresentativi. La xenofobia è entrata pericolosamente nella sfera pubblica. I comportamenti politici, le mobilitazioni, persino il tono del dibattito che circonda il fenomeno immigrazione si sono ispirati ad una intolleranza esplicita e conclamata, finora sconosciuta nel nostro paese, un livello di intolleranza che rischia di provocare una miscela esplosiva tra emarginazione sociale e disprezzo culturale, con la duplice conseguenza di legittimare atti di razzismo e di favorire le componenti più radicali tra le minoranze. Gilles Kepel [1987] ha messo in evidenza il nesso tra emarginazione, disprezzo e radicalizzazione tra i ragazzi di origine araba che abitano le periferie francesi. Withol De Wenden [1992] ha auspicato perciò una «banalizzazione dell'Islam», nel senso che essa sia considerata una religione come le altre.

Certo esistono, nella prassi degli stati a maggioranza musulmana, nelle convinzioni prevalenti tra i loro teologi, nelle stesse attitudini di gruppi di immigrati, aspetti che risultano poco apprezzabili sulla base di un ethos liberale. Anche di questi aspetti ci parla, con franchezza Allam, nel capitolo da lui steso. Ma è proprio rafforzando l'etica liberale della tolleranza, dando per primi sostanziosi esempi di rispetto della pari dignità tra i sessi, che possiamo sperare di mutare qualcosa anche in quel mondo, come hanno saputo fare le democrazie anglosassoni nei confronti dei papisti. Fermenti liberali animano parte dell'Islam europeo, a questi fermenti va dato spazio e fiducia. Non è l'identità religiosa il maggior rischio che percorre le comunità immigrate, ma ‑ come ci ha insegnato Michael Walzer ‑ la sua perdita senza rimpiazzo di valori civili laici, è l'anomia, la secolarizzazione sbandata che rompe i legali e le solidarietà comunitarie. E’ il vuoto etico sul quale attecchiscono illegalità e incivilities. Comportamenti sgradevoli e devianti discendono dalla violazione di precetti musulmani: il furto, la droga, l'ubriachezza, la mendicità molesta. E sono questi comportamenti a preoccupare gli italiani, assai più della diversità di credo religioso.

Riassumendo, tra i due obiettivi che, già nel precedente rapporto, avevamo individuato come cruciali per raggiungere un buon livello di integrazione e governare processi migratori ‑ e cioè il rispetto dell'integrità della persona e la costruzione di interazioni a basso conflitto ‑ è il secondo quello che ha subito quest'anno un attacco notevole. Avevamo sottolineato, a suo tempo, i rischi di distacco tra azione pubblica e opinione pubblica: la prima troppo a lungo impegnata a gestire l'emergenza, tollerante nei confronti di comportamenti irregolari, poco preoccupata delle paure prodotte dalle componenti criminali; la seconda esageratamente intimorita e raggiunta da informazioni fuorvianti o inadeguate. Questo distacco avrebbe messo a disposizione ‑ secondo le nostre previsioni ‑ un bacino invogliante per gli imprenditori politici del razzismo in Italia: (32)  ed è quanto avvenuto. Il bacino è rimasto e si è ‑ come vedremo ‑ ampliato, anche se l'azione pubblica nel frattempo ha corretto, in certa misura, il tiro. La legge Turco‑Napolitano sta finalmente entrando a regime e ottenendo risultati significativi. All'inizio dell'applicazione della legge n. 40, le espulsioni effettivamente eseguite costituivano il 12% del totale, oggi sono il 60%, secondo le dichiarazioni del ministro dell'Interno. (33) A partire dal 1999 si cominciano a rilevare flessioni (ministero dell'Interno, Direzione Centrale Antidroga) anche nella partecipazione di stranieri a reati di produzione, spaccio e detenzione di droga: sono diminuiti di 4 punti percentuali sul territorio nazionale, e ancor più nelle grandi città, specie a Torino. Tuttavia, l'apertura di nuovi centri di trattenimento stenta a decollare, per le resistenze di una parte della coalizione di governo [Barbagli 2000] e per l'azione di una parte della magistratura, in particolare a Milano. Si noti che tutti i paesi europei, a parte la Grecia, hanno adottato misure di trattenimento dei clandestini in attesa di identificazione ed i tempi del trattenimento, che in Italia raggiungono il massimo di 30 giorni, variano dal minimo di 12 giorni in Francia, all'assenza di un termine definito in Gran Bretagna; sono ad esempio due mesi in Austria e quattro settimane in Danimarca (Weil, Weidlich, Dufoix 1999]. Nell'insieme, nel 2000, si è verificata da parte del Governo italiano una certa determinazione nel contrastare il contrabbando e la tratta di esseri umani, e così dal 1 gennaio al 31 ottobre gli stranieri allontanati dal territorio nazionale sono stati 56.297, i trasportatori arrestati 252 e i mezzi sequestrati 150. Nel corrispondente periodo dell'anno precedente ci sono stati 60.772 stranieri allontanati; la flessione registrata nel 2000 è imputabile alla diminuzione dei respingimenti alla frontiera dovuta all'adesione della Grecia alla convenzione di Schengen, ma anche alle difficoltà emerse nel corso dell'applicazione dell'accordo di riammissione con la Slovenia, che ha accettato solo 2.559 istanze di riammissione a fronte delle 10.763 presentate. Vediamo quindi quanto cruciale sia la disposizione a collaborare dei paesi dai quali il traffico illegale proviene.

Nell'insieme, l'attività di contrasto del traffico è stata sostenuta da un maggiore impegno italiano nella cooperazione internazionale. Pensiamo alla visita del Presidente del Consiglio Giuliano Amato a Tirana nel luglio 2000, durante la quale ha ottenuto un impegno a che venisse passata tempestivamente una legge che consente il sequestro dei mezzi di trasporto dei trafficanti anche fermi (la normativa in questione è stata approvata dal parlamento albanese il 19 settembre 2000) ed ha dato l'avvio ad una cogestione del controllo delle coste. Pensiamo agli accordi con le polizie greca e tedesca per lavorare insieme nelle rispettive frontiere. Pensiamo alla collaborazione trilaterale tra Italia, Francia e Germania in materia di contrasto alla criminalità transnazionale avviata al Consiglio informale di Marsiglia dello scorso luglio. Essa costituisce l'attuazione degli impegni di Tampere e può essere considerata un segno tangibile di «cooperazione rafforzata in nuce» che dovrebbe coinvolgere in prospettiva tutti i paesi dell'Unione, secondo quanto deliberato al vertice di Nizza (anche in seguito all'indirizzo congiunto espresso in proposito da Amato e da Aznar). Fin d'ora, i tre Paesi firmatari intendono, attraverso l'impegno trilaterale, «realizzare strategie comuni sulla base di legislazioni, di controlli, e di misure severe per contrastare l'immigrazione clandestina e lo sfruttamento che ne deriva».

L'attività di repressione è stata sostenuta da un maggiore supporto economico e logistico da parte dell'Unione Europea, che contribuisce al finanziamento del sistema radar per l'Adriatico. Sarà presumibilmente sostenuta in futuro dall'espandersi degli accordi bilaterali di riammissione, in base ai quali i paesi che collaborano e riaccettano i propri clandestini e i propri criminali sono premiati con quote riservate. Fino ad oggi gli accordi di riammissione entrati in vigore sono sedici (Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Macedonia, Jugoslavia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svizzera, Ungheria, Tunisia), quelli firmati ma non ancora operativi sono sette (Algeria, Francia, Georgia, Grecia, Marocco, Nigeria e Spagna), mentre con altri dodici paesi sono in corso i negoziati. I paesi ai quali sono state attribuite quote sono Marocco, Tunisia, Albania e, a partire da quest'anno, Romania. Queste mosse apprezzabili concorreranno auspicabilmente a contenere il contrabbando di persone nel nostro paese, e in prospettiva a tranquillizzare gli animi. Come dimostrano studi comparati, il controllo di polizia delle frontiere produce effetti [Miller 1994], e la recente esperienza spagnola conferma questa tesi. Tuttavia, proprio l'esperimento principe, il controllo statunitense delle frontiere messicane (34) ha messo in luce la capacità delle organizzazioni di traffico di spostare rapidamente i flussi dai punti più controllati.

Più in generale il contrabbando di immigrati si dimostra capace di rinnovare le proprie strategie e aggirare gli ostacoli [Weil, Weidlich, Dufoix 1999].

Un certo tasso di irregolarità negli ingressi è dunque inevitabile, e si accompagna a tutti i flussi migratori. Ma questa componente in Europa, e soprattutto nel Sud Europa, Italia inclusa, è sproporzionatamente alta. L'entità del fenomeno si deve in larga misura alla collocazione geopolitica dei nostri paesi, ma anche alla difficoltà di contrastare questi comportamenti con le sole politiche repressive. La Commissione continua a ritenere che controllo e repressione siano necessari e utili, ma da soli assolutamente insufficienti a contrastare gli ingressi clandestini e le presenze irregolari.

Se non si rende possibile un consistente ingresso legale e non si cominciano ad affrontare alla radice le ragioni della nuova espansione dell'economia sommersa, gli ingressi clandestini, o la permanenza con visto turistico scaduto continueranno ad essere elevati, perché rappresenteranno una via praticabile e conveniente. Per il 2000 abbiamo avuto finalmente un decreto flussi abbastanza tempestivo, anche se ancora in ritardo. L'Ispettorato del lavoro si è attivato di più, specie in certe province, il che ha provocato ‑ come si è detto ‑ l'aumento del dato riguardante il lavoro irregolare. Teniamo a ribadire, però, che nessuna misura può eliminare del tutto gli ingressi clandestini e le permanenze irregolari, specie in un paese come l'Italia che confina sia con aree di emigrazione (Europa dell'est e Nord Africa), sia con problematiche aree di passaggio quali Turchia e Slovenia. Inoltre, come la ricerca da noi commissionata ha messo in evidenza [Pastore, Romani, Sciortino 2000], il traffico non è sempre gestito da grandi organizzazioni internazionali, è spesso il risultato di un insieme di traffici regionali, condotti da piccole imprese, in rari casi persino a titolo gratuito. Un po' come capitava ai nostri spalloni, i contrabbandieri di persone sono popolari nel paese di origine, e rispettati dagli utenti del servizio, che li vedono svolgere un lavoro necessario [Lin Chin 2000]. Insomma il contrabbando, quando non si macchi di efferatezze, è condotto in un ambiente di complicità e, per questo, è più difficile da scalzare. Infatti ‑ come si è detto ‑ costituisce per molti l'unico strumento per raggiungere un obiettivo desiderabile; in certi casi, ad esempio per i dissidenti nei regimi autoritari, è l'unica costosissima via per salvarsi la vita. La repressione del contrabbando di esseri umani è necessaria, ma, come molte terapie utili, ha i suoi effetti collaterali. Infatti, gli eventi repressivi, se clamorosi e sommati alle notizie di sbarchi incontrollati di clandestini e di reati ad opera di stranieri, contribuiscono a consolidare un'opinione errata che vede l'immigrazione come evento intrinsecamente illegale da osteggiare. L'impressione può rafforzarsi se le misure a favore di chi entra irregolarmente in Italia assumono ‑ per quanto ingiustamente ‑ più visibilità, se non più concretezza, di quelle rivolte ai regolari.

Occorre essere capaci di spiegare all'opinione pubblica il fatto che gli ingressi irregolari ed il lavoro immigrato nell'economia informale (che riguarda infatti anche immigrati regolari) sono parti di una grande trasformazione produttiva, di un processo di «flessibilizzazione» dei modi di produrre che mira a ridurre i costi e ad aumentare la libertà di uso della forza lavoro. Non si tratta quindi, purtroppo, di una devianza e di un'eccezione [Sassen 1994], ma di una parte delle nuove regole produttive, che accanto all'introduzione di tecnologie labour saving vede la delocalizzazione all'estero, la destrutturazione della grande impresa sul territorio, il subappalto a cascata a piccole imprese dove è meno difficile eludere le tutele e le garanzie dei lavoratori. Bisogna avere il coraggio di constatare che il lavoro irregolare porta anche benessere per il paese ospite a spese soprattutto degli immigrati che lo prestano, per i quali ‑ viste le alternative di partenza ‑ esso risulta comunque conveniente. La reciproca anche se ineguale convenienza determina un «effetto di connivenza tra imprenditori (utilizzanti) e lavoratori (utilizzati)» [Caruso 2000, pp. 279‑315]. Il rendimento del sommerso spiega perché in un sistema economico come quello degli Stati Uniti, da sempre non molto attento alla tutela della forza lavoro ed oggi ideologicamente convinto della bontà della deregulation, il lavoro nero sia divenuto moralmente accettabile. Esso costituisce un'alternativa meno costosa e con meno rischi di obsolescenza rispetto all'introduzione di nuove tecnologie labour saving. E' però una strategia ad alto rischio sia perché si nutre di illegalità, sia perché innesta una competizione al ribasso tra varie componenti di forza lavoro italiana e straniera, residente e non residente, regolare, irregolare.

Il contrasto degli ingressi clandestini e delle permanenze irregolari è un tassello delle regole che l'economia globalizzata deve essere capace di darsi. E queste regole hanno bisogno di un'autorità economica di livello sovranazionale in cui contino anche paesi ed aree (in primis l'Europa continentale), che alle regole crede.

E' una strategia complessa, lunga e difficile, nella quale è necessario che l'Italia si impegni, se vuole uscire dalla trappola delle illegalità combinate (ingressi irregolari ed economia sommersa).

L'anno scorso, nel primo rapporto, avevamo già osservato il rischio di uno squilibrio di visibilità a favore di politiche che trattano il lato «deviante» della immigrazione, rispetto al progetto iniziale di integrazione ragionevole implicito nella legge Turco‑Napolitano. (35) Ad aumentare il panico può contribuire anche un'interpretazione ingenua degli ingressi irregolari come fenomeno pilotato e voluto solo da bande criminali anche per aumentare la propria manovalanza, eventualmente fruttuoso per le bande stesse e in qualche misura per i poveri derelitti coinvolti, certamente non per l'economia italiana. Così non è, ma una presenza così cospicua di lavoratori irregolari è inaccettabile in sé e lo è perché produce una forza lavoro, perché illegalmente presente sul territorio. Essa può innescare una corsa al ribasso nelle condizioni lavorative e generare conseguenze negative per i lavoratori italiani: può influire negativamente sui salari e sulle tutele delle fasce deboli della forza lavoro nazionale [Zincone 1997, 2000a].

Se non si spezza questo cerchio vizioso permarrà nel nostro Paese e si rafforzerà il rischio che l'immigrazione, percepita come fenomeno straordinario e di rottura delle regole provochi più paure di quanto normalmente accada. Occorre dire infatti se vogliamo uscire "dalla drammatizzazione del dramma", cioè dall'enfatizzazione delle tensioni in atto che l'immigrazione è un processo che produce comunque e ovunque tensioni e difficoltà. Un'immigrazione non conflittuale non si è mai verificata e quindi il conflitto sull'immigrazione non va troppo drammatizzato [Zolberg 2000]; tuttavia i livelli dello scontro possono alzarsi fino a provocare danni alla sicurezza quotidiana, sia dei nazionali che delle minoranze. E' un rischio che in Italia si profila e ad aumentarlo è la paura della criminalità.

Una paura che oscilla, ma che appare nell'insieme in aumento, nonostante l'azione di contrasto del governo ed alcuni dati confortanti. Nel settembre del 1999 l'immigrazione era vista come uno dei temi più importanti da affrontare per il governo (al primo o al secondo posto dell'agenda) dal 23,4% degli intervistati; di questi il 6,8% intendeva l'immigrazione come accoglimento e integrazione e il 16,6% la intendeva come fonte di criminalità (36); nell'ottobre 2000 l'immigrazione veniva vista come tema prioritario nell'agenda del governo dal 25,9% degli intervistati: di questi il 5,6% intendeva l'immigrazione come accoglimento e integrazione, mentre il 20,3% la intendeva come fonte di criminalità.(37) L'attenzione degli italiani alle tematiche dell'immigrazione aumenta, con il tempo, per il timore che la presenza di immigrati stranieri possa rappresentare una fonte ulteriore di criminalità, mentre l'integrazione in sé non sembra un grosso problema.

Il sondaggio Commissione per l'Integrazione‑Ispo conferma anche quest'anno il nesso, che gli italiani percepiscono tra criminalità e immigrazione (oltre il 57% degli intervistati ritiene che la presenza degli immigrati stranieri aumenti la delinquenza). D'altra parte, gli stessi immigrati, nella ricerca Commissione per l'Integrazione‑Next diretta da Vittorio Cotesta, ritengono a larga maggioranza che l'Italia sia troppo tollerante nei confronti dei criminali (87%), e si lamentano della equazione che gli italiani fanno tra immigrato e ladro (81,3%). Più in generale, una cospicua minoranza (36,5%) rimprovera agli italiani uno scarso rispetto per le leggi, ed una larga maggioranza li accusa di non pagare le tasse (80,1%). Ma un contesto politico in cui i governi sono giudicati troppo deboli (71,4%) offre il vantaggio relativo di permessi di soggiorno più facili che in altri paesi europei. La ricerca «Le Nove», presentata nel capitolo 4 della Parte terza di questo rapporto, rivolta a capire l'evoluzione del senso di insicurezza da parte degli immigrati, conferma i risultati della ricerca Next. Dalla inchiesta condotta da Merelli e Ruggerini, emergono una serie di fatti e di atteggiamenti collegati che concorrono a dimostrare la volontà degli immigrati di spezzare il nesso tra criminalità e immigrazione: la dichiarazione di essere vittime non solo di atti di razzismo da parte di italiani (oltre il 47% degli immigrati intervistati ha dichiarato di essere stato osservato con ostilità, al 35,1% degli uomini e 28,4% delle donne è capitato di essere insultato (38), ma di soprusi e minacce da parte della criminalità immigrata (9,8% dei maschi e 8,3% delle femmine ha subito aggressioni da parte di altri immigrati, il 15,3% degli uomini e il 28,1% delle donne ha subito scippi e furti ad opera di altri stranieri (39) la paura che le

continue notizie di comportamenti criminali ad opera di immigrati provochino un generale rigetto da parte degli italiani dell'immigrazione in genere (il 75,4% degli immigrati maschi intervistati e il 68,1% delle femmine sono spaventati dalle notizie date sull'immigrazione alla TV), la richiesta di una maggiore repressione della criminalità immigrata (il 39,7% del campione auspica maggiore severità per i reati di

spaccio e quelli legati alla prostituzione). Un elemento positivo che emerge dalle nostre ricerche è costituito, quindi, dalla concordanza che emerge tra immigrati e italiani sulla necessità di combattere il crimine ed in particolare quello connesso all'immigrazione.

Ma certo il dato più positivo è costituito dalla tenuta della tolleranza. Nonostante la risonanza data alle prese di posizione di eminenze, intellettuali e politici ostili all'Islam, il sondaggio che abbiamo commissionato all'Ispo (40) rivela che in Italia persiste un alto tasso di tolleranza religiosa. Quella che possiamo definire come una linea di «intolleranza dall'alto» ha avuto sì un qualche successo «in basso», tra la gente comune, ma si tratta per ora, fortunatamente, di un successo limitato. Alla domanda se per essere integrati gli immigrati dovrebbero rinunciare alla propria cultura, nel 1999, rispondeva negativamente l'84,1% degli intervistati, mentre nel 2000 tale percentuale è appena scesa all'83,2%. Registriamo quindi una flessione molto lieve. Un mutamento più evidente si è registrato però proprio nelle aree oggetto delle esternazioni di intolleranza dall'alto, cioè nelle opinioni sulle pratiche religiose delle minoranze nel nostro paese: nel 1999 solo il 23,7% degli intervistati concordava con l'affermazione che alcune pratiche religiose rappresentassero una minaccia per la nostra cultura, mentre nel 2000 la quota del campione d'accordo con tale affermazione è passata a rappresentare il 33,2% del totale.

Il maggiore timore dell'Islam non si accompagna, però, ad un maggior attac­camento alle radici cattoliche. Una larga maggioranza di italiani non considera la appartenenza alla religione cattolica un valido criterio di selezione dell'immigrazione (i contrari rappresentano il 63% del campione, il 77% se si escludono dal computo gli incerti). Questo criterio viene collocato addirittura all'ultimo posto se si propone una lista di possibili requisiti. Del resto nessuno dei sistemi di punteggi, adottati prima in Australia e più recentemente in Canada e negli Stati Uniti, per ottenere un permesso di soggiorno prevede la religione come criterio di preferenza.

Non meraviglia, quindi, che anche i nostri concittadini non credano che per immigrare in Italia si debba essere preferibilmente cattolici, né credano ad un'interpretazione ereditaria, per discendenza e per sangue, dei diritti, incluso il diritto a trasferirsi in Italia. Infatti, neppure l'essere di origine italiana rappresenta ‑ secondo gli intervistati ‑ un valido criterio per avere un accesso privilegiato al nostro paese (tab. 1).

 

Tab. 1 ‑ Distribuzione percentuale delle risposte degli intervistati dall'Ispo sull'opportunità dei criteri proposti per stabilire a quali categorie di immigrati dare precedenza nella concessione di un regolare permesso di soggiorno, al netto degli incerti

 

Criteri

Molto/ abbastanza opportuno

Poco / per nulla opportuno

Totale(b)

Avere già un'offerta di lavoro

79,4

20,6

100,0

La specializzazione professionale

74,5

25,5

100,0

Il livello di istruzione

67,5

32,5

100,0

Parenti già immigrati in Italia con regolare permesso di soggiorno

56,0

44,0

100,0

Venire da paesi impegnati a reprimere l'emigrazione illegale

53,5

46,5

100,0

Conoscere almeno un poco l'italiano

53,2

46,8

100,0

La giovane età

49,5

50,5

100,0

L'avere antenati di origine italiana

35,1

64,9

100,0

L'essere di religione cattolica (a)

22,6

77,4

100,0

 

 

 

 

Totale intervistati

 

 

5.197

 

Fonte: Sondaggio Commissione per l'Integrazione‑Ispo, 2000.

Note:

(a) Tale modalità era contenuta in un quesito diverso rispetto alle altre, somministrato in una seconda fase del sondaggio che ha coinvolto 5.159 intervistati. Nella domanda si chiedeva di manifestare non il proprio parere sull'opportunità, ma il grado di accordo con l'affermazione. Per esigenze di sinteticità è sembrato, tuttavia, utile riportare le diverse informazioni in un'unica tabella.

(b) Le percentuali sono calcolate non tenendo conto delle persone che non hanno saputo fornire un'indicazione sul proprio orientamento.

 

Se eliminiamo gli incerti, il 64,9% del campione ha definito tale criterio poco (29,1%) o per nulla opportuno (29,1%), mentre solo il 35,1% degli intervistati lo ha trovato abbastanza (28,1%) o molto opportuno (7,0%). Vengono, invece, considerati come validi criteri preferenziali nell'ordine la disponibilità di un lavoro (79,4%), la specializzazione professionale (74,5%), il livello di istruzione (67,5%), l'avere già familiari in Italia (56,0%,).

Da questi come da altri dati si evince che l'interpretazione della integrazione (41) come utilità, come «inserimento utile» perché funzionale al sistema economico, è abbastanza accreditata nell'opinione pubblica. Il sistema dei punteggi che gli italiani prefigurano in fondo suggerisce di dare priorità negli ingressi a chi possa contribuire al benessere del paese.

Tuttavia il criterio utilitaristico viene temperato da un criterio umanitario, da un'interpretazione dell'integrazione come uguaglianza nei diritti fondamentali, e quindi dalla presa in considerazione di giuste aspirazioni da parte degli immigrati. Tra queste aspirazioni il desiderio di vivere con la propria famiglia viene presa par­ticolarmente sul serio. Questo atteggiamento si conferma ‑ come vedremo poi ‑ nel giudizio più specifico sui ricongiungimenti familiari. Il governo potrebbe dunque riflettere sull'opportunità di introdurre un sistema di punteggi che desse spazio ‑ come peraltro avviene nei paesi che hanno adottato misure simili ‑ alle esigenze economiche e demografiche del paese senza trascurare le esigenze familiari degli immigrati (42) . Si tratterebbe di aggiungere altri criteri di preferenza oltre a quello che già abbiamo: il venire da un paese che abbia accettato accordi di riammissione e cooperazione. Dal sondaggio realizzato dall'Ispo (escludendo gli incerti che rappresentano il 20,9% del totale del campione) emerge che il 53,7% degli intervistati si trova d'accordo con l'affermazione «è giusto dare priorità per l'ingresso in Italia a certe categorie di immigrati extracomunitari». Quindi un certo consenso sul principio di massima che si possano pensare canali di accesso privilegiati appare condiviso. Tra i criteri preferenziali, però, gli italiani rifiutano di considerare come opportuno criterio di selezione la giovane età (solo il 49,5% degli intervistati lo adotterebbe), quindi sembra che abbiano compreso la utilità della importazione di giovani.

Questo significa che un tassello dell'argomentazione funzionalista e utilitarista che non solo il governo italiano, ma la Commissione europea (43) stanno prospettando, e cioè che l'immigrazione sia utile per ripianare, seppure in piccola misura, il deficit demografico non risulta, per ora, convincente, almeno tra gli italiani. Ugualmente poco convinti appaiono del possibile contributo dell'immigrazione al risanamento dei conti pubblici e delle pensioni in particolare. L'insuccesso di queste argomentazioni a sostegno della «immigrazione come risorsa» sono in parte dovute ad un'insufficiente capacità di comunicare (44) . Infatti la effettiva contribuzione dei flussi migratori al risanamento dei conti previdenziali viene confermata anche da una recente specifica ricerca, (45) pur se continua ad essere giudicata non risolutiva.

Al contrario è risultato convincente e condiviso un altro classico argomento utilitarista, secondo il quale gli immigrati svolgono lavori che gli italiani non vogliono fare: il 70,9% degli intervistati dall'Ispo dichiara di essere pienamente o abbastanza d'accordo con l'affermazione per cui «gli immigrati fanno quei lavori che gli italiani non vogliono fare». Questa consapevolezza si accompagna però ad un atteggiamento contraddittorio: gli italiani pensano che gli immigrati siano troppi e che non vadano ampliati i flussi; è un atteggiamento che si accompagna alla già discussa convinzione che si possano utilizzare i disoccupati meridionali per soddisfare le richieste del Nord. Diciamo illusoria sia perché la disoccupazione meridionale è, come si è già detto, in parte apparente, (46) sia perché un innalzamento dei salari tale da invogliare il Sud appare difficile da praticare in un contesto di forte competizione globale. Dietro questo rifiuto di accettare maggiori flussi anche se se ne intende l'utilità si staglia una sindrome ricorrente anche se, fortunatamente, almeno in altri paesi, transeunte, quella secondo cui la «barca è piena».

La «barca è piena», ma gli italiani pensano che, se qualcuno deve entrare, questo diritto vada dato sulla base di principi universalistici: la necessità di chi riceve, ma anche di chi emigra. Tra le necessità fondamentali di chi emigra si riconosce ‑ come abbiamo anticipato ‑ quella all'unità familiare. In questo senso la richiesta contenuta nella riforma Bossi‑Berlusconi di rendere più difficile il ricongiungimento familiare non trova d'accordo la maggioranza dei cittadini italiani. Infatti il 18,9% degli intervistati nel sondaggio Commissione per l'Integrazione‑Ispo ritiene addirittura che il ricongiungimento vada concesso subito, il 16,6% dopo 6 mesi e il 20,5% dopo un anno. In totale, quindi, il 56% di intervistati trova opportuno che il ricongiungimento familiare avvenga al massimo entro un anno che è, poi, il termine minimo previsto dalla legge italiana (art. 29). Si tratta di una misura che si rispecchia nella direttiva approvata il 10 ottobre 2000 dal Consiglio dell'Unione europea relativa al diritto di ricongiungimento famigliare. (47) E qui si comincia a vedere come la legge Turco-­Napolitano non solo sia in sintonia con la legislazione europea, ma in una certa misura la stia influenzando.

Non è solo rispetto ai ricongiungimenti familiari che gli italiani appaiono aperti nella concessione di diritti agli immigrati. In un altro sondaggio da noi commissionato quest'anno [Next 2000] si conferma il favore a concedere il diritto di voto (48) già emerso nel sondaggio di cui era stata incaricata l'Ispo nel 1999, risultato

confermato anche dalla ricerca demoscopica comparata (49) Commissionata dal Comitato per il Giubileo e condotta da Ilvo Diamanti [Fondazione Nord‑Est 2000]. Gli italiani tendono a riconoscere importanti diritti e una certa parità nell'accesso al lavoro e nelle opportunità di carriera. Solo il 16,6% degli intervistati nel sondaggio condotto dall'Ispo, infatti, si dichiara d'accordo con l'affermazione «Se fossi un imprenditore non mi piacerebbe assumere un immigrato, anche se avesse tutti i requisiti richiesti» e il 72% afferma che gli darebbe fastidio «se venisse rifiutata la promozione ad una persona, solo perché di origine straniera». Come, avevamo detto prima, la maggior parte degli intervistati si è, tuttavia, dichiarata contraria ad un'espansione dei flussi: l'80,9% del campione ha affermato di non essere d'accordo con l'affermazione «bisognerebbe aumentare la quota di immigrati che ogni anno entrano regolarmente in Italia, perché alcune aziende hanno difficoltà a trovare la manodopera disponibile», mentre il 68,4% ritiene che anche se manca manodopera non si deve, comunque, elevare la quota di immigrati in Italia perché sono già troppi. Si potrebbe quindi pensare che gli italiani abbiano in mente un modello di «cittadinanza come club» alla Walzer, (50) che si possa cioè decidere se e su quanti nuovi soci possano entrare, ma che ‑ una volta che li si è fatti entrare regolarmente ‑ a questi soci dopo un certo numero di anni va data parità di diritti. Tuttavia, quello che si profila è un club in cui i gruppi fanno prevalentemente vite separate.

Rispetto all'anno scorso, nel sondaggio realizzato dall'Ispo quest'anno, la propensione alla parità di diritti accompagnata dalla separazione di vite si accentua. Gli intervistati ritengono, nel 42,9% dei casi, che gli immigrati regolari «pian piano riescano ad integrarsi nel mondo del lavoro e nella società», tuttavia tale percentuale che prevede possibilità di piena integrazione è diminuita rispetto al gennaio del 1999 quando rappresentava il 44,2% del totale. Al contrario, è aumentata, passando dal 37,5% (nel 1999) al 41,8% (nel 2000), la quota di coloro che pensano che gli stranieri legalmente presenti sul territorio italiano «riescono ad inserirsi nel lavoro, ma rimangono chiusi nel loro circolo, hanno contatti solo tra loro». La crescita del peso percentuale di coloro che ritengono possibile l'integrazione lavorativa, ma non quella sociale, sembra, comunque, avvenuta anche a causa della riduzione della quota di coloro che affermano che gli immigrati, anche se regolari, «non riescono ad inserirsi né nel mondo del lavoro, né nella società: rimangono qui quasi sempre in modo precario», passata dal 18,% al 15,3% nel periodo compreso tra il gennaio 1999 e l'ottobre 2000. Gli immigrati sono accettati di buon grado come vicini di casa dall'84,9% degli intervistati che non si trovano d'accordo con l'affermazione «mi darebbe fastidio avere come vicino di casa un immigrato extracomunitario». Gli intervistati, comunque, nel 39,2% dei casi si dichiarano d'accordo con il principio «se avessi una casa da affittare, a parità di condizioni, la affitterei a un italiano, anziché ad un immigrato». Resta difficilmente superabile la diffidenza, poi, nel momento in cui le relazioni coinvolgono sfere più intime del vivere comune: il 41,1% degli intervistati si trova d'accordo con l'affermazione «i matrimoni con gli immigrati di solito finiscono male», e il 61,1% del campione non si trova d'accordo con la frase «non mi opporrei al matrimonio di mia figlia con un immigrato». Per l'amicizia la disponibilità ad aprirsi a relazioni con immigrati aumenta (oltre il 65% degli intervistati dice che gli piace stringere amicizia con persone immigrate), ma il Nord‑Est si conferma un'area di particolare chiusura ai rapporti con gli stranieri: la quota di coloro ai quali piace stringere amicizia con gli immigrati scende al 54%. Una maggiore propensione a concedere diritti, a richiedere parità di trattamento, e persino alla vita comune, a parte il matrimonio, viene dai cattolici praticanti che, ad esempio, risultano maggiormente propensi a concedere la possibilità di ricongiungimento familiare dopo un periodo di soggiorno inferiore o uguale all'anno, più disponibili ad accettare un immigrato come vicino di casa e meno inclini a ritenere che la presenza di immigrati comporti una crescita della delinquenza. (51) Anche per quanto riguarda il campo del lavoro, che rappresenta un nodo cruciale nel processo di integrazione, si può notare un atteggiamento più aperto proprio da parte dei cattolici. Nel 77,8% dei casi le persone che frequentano regolarmente la messa non sono d'accordo sul fatto che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani, mentre, in generale, la percentuale dei non concordi su tale affermazione è del 69,1%. I cattolici praticanti si mostrano anche maggiormente aperti ad una adeguata tutela dei diritti degli immigrati nell'ambiente di lavoro: si dichiarano d'accordo con la frase «Mi darebbe fastidio se venisse rifiutata la promozione ad una persona solo perché di origine straniera» nel 77,5%, mentre, per il totale degli intervistati, la quota di concordi si riduce al 72,5%. I cattolici praticanti si dichiarano d'accordo con l'affermazione «accetterei un immigrato come superiore o come capo» nel 72,3% dei casi rispetto ad una media generale di concordi del 66,1%, e condividono l'affermazione «se fossi un imprenditore non mi piacerebbe assumere un immigrato anche se avesse tutti i requisiti richiesti» solo nel 11,3% dei casi, mentre in generale tale assunto è condiviso dal 16,5% degli intervistati. Tra i cattolici praticanti risulta inferiore la percentuale di coloro che sono d'accordo con la frase: «i comportamenti di alcuni immigrati possono talvolta giustificare opinioni razziste»: in generale i concordi sono il 60%, mentre tra i cattolici praticanti tale percentuale scenda al 45%. I cattolici praticanti sono relativamente più disponibili rispetto alla concessione di importanti diritti, quali l'accesso alla cittadinanza, il diritto al voto, i ricongiungimenti familiari. Quindi, una campagna che volesse limitare i diritti degli immigrati non avrebbe successo presso questa fetta di potenziali elettori. Tuttavia, tra i cattolici praticanti si accentua in parte la contraddizione presente nell'opinione pubblica italiana, tra uguaglianza nei diritti e dissomiglianza culturale, così ad esempio appaiono più riluttanti nei confronti dei matrimoni misti e relativamente meno contrari ad una selezione dell'immigrazione su basi religiose, questo però non incide nella disponibilità generale nei confronti degli immigrati, comunque disposti a stringere amicizia con gli immigrati. Per i cattolici, gli immigrati sono dissimili, ma uguali.

Si conferma, inoltre, la propensione del Nord‑Est ad accettare l'immigrazione solo in quanto utile fattore di produzione, rifiutando peraltro gli individui. In tale area, infatti, è molto elevata sia la percentuale di coloro che hanno affermato che gli immigrati sono necessari per soddisfare le richieste di manodopera italiana, (52) sia la quota di coloro che hanno dichiarato che non dovrebbe mai essere concessa la possibilità agli immigrati di farsi raggiungere dai propri familiari. (53) La chiusura del Nord‑Est nei confronti dello straniero come individuo appare evidente anche dall'atteggiamento dimostrato dagli intervistati dall'Ispo nei confronti della cultura degli stranieri: il 36,6% degli intervistati all'interno dell'area si trova d'accordo sull'affermazione che "le pratiche religiose spesso minacciano il nostro stile di vita" (in generale tale percentuale è del 33,3%). Nel Nord‑Est appare elevata la quota di persone che ritengono che i comportamenti di alcuni immigrati possano qualche volta giustificare opinioni razziste (quasi il 70% contro un valore generale pari al 60%). Nel mondo del lavoro, anche se si percepisce la necessità di impiegare immigrati per svolgere alcune mansioni, non sembra esserci apertura verso la possibilità di piena integrazione lavorativa: sembrano esistere resistenze più forti che altrove alla possibilità di avere un immigrato come superiore o come capo, e una più elevata inclinazione a preferire il licenziamento di immigrati a quello di italiani nel caso di crisi dell'azienda. (54) Nel Nord‑Est gli immigrati sono non solo «utili e dissimili» come altrove, ma anche più disuguali.

Nel precedente rapporto avevamo promesso di approfondire le opinioni degli immigrati, così da dar voce anche a queste persone, e così da capire che pregiudizi (o post‑giudizi) sono presenti su entrambi i versanti della relazione che vorremmo fosse a basso conflitto. Abbiamo già riportato alcune opinioni di immigrati per dimostrare che il tema della sicurezza è un tema condiviso. Qui ripercorriamo la dissonanza «utili e dissimili», vista dalla parte degli immigrati, utilizzando i dati della ricerca Next [2000], diretta da Vittorio Cotesta. Gli immigrati sono consapevoli di essere utili e insieme trovano utile l'Italia: «è più facile trovare lavoro nel mio paese che in Italia» trova ampio disaccordo (67%), mentre «dell'Italia amo soprattutto la possibilità di trovare lavoro», trova ampio accordo (63%), così come «l'immigrato fa il lavoro che agli italiani non piace» (92,7%) e «gli italiani non vogliono fare i lavori faticosi» (72,6%). Gli immigrati trovano a loro volta notevoli dissomiglianze: gli italiani sono poco religiosi, fanno comandare le donne, hanno legami familiari deboli, viziano i bambini e non rispettano i vecchi, sono consumisti. (55) E' una costellazione di opinioni tradizionaliste, che si confronta con un mondo, nel bene e nel male, più ricco e moderno. Però la dissomiglianza viene percepita come meno profonda, se è vero che gli immigrati sono meno diffidenti nei confronti di matrimoni con italiani, sia per sé che per i propri figli: 56,3% si dicono disposti a sposare un italiano; per quanto riguarda i figli sono contrari solo il 22,8%, mentre il 44,9% non vede ragione di contrarietà e 32,2% pensa che la decisione spetti ai figli stessi. La maggiore o minore disponibilità all'intermarriage è probabilmente influenzata da aspettative diverse di ascesa sociale.

Dell'Italia, gli immigrati amano soprattutto la democrazia (87,4%) e la libertà (92,4%). La ricerca Next conferma quindi un'ipotesi già presente negli studi sull'immigrazione e cioè che gli immigrati condividano più fortemente i valori civili di un paese, perché in qualche misura lo scelgono.

Nell'insieme è l'utilità il motore preminente che spinge ad emigrare e che fa accettare l'immigrazione, ma questo preminente fattore non ne esclude altri. Abbiamo visto sia l'attenzione italiana ai valori umanitari della famiglia, sia l'attenzione degli immigrati ai valori della democrazia e della libertà. Proprio questa ultimo dato dovrebbe spingerci a riflettere.

Cercare di costruire una coalizione di interessi intorno all'idea dell'immigrazione come risorsa è possibile solo se su questa prospettiva si investe in una comunicazione a tutto tondo. Se vogliamo puntare ad intercettare anche e soprattutto lavoratori altamente qualificati dobbiamo non solo ripensare in prospettiva il nostro modello produttivo, ma dobbiamo fin d'ora offrire a questi lavoratori un habitat amichevole. Occorre far capire che nessun lavoratore che è in condizione di scegliere tra diverse destinazione, sceglierà un paese che offre un'istruzione cattiva e provinciale ai propri figli, nessun lavoratore che ha varie appetibili alternative deciderà in favore di un paese culturalmente intollerante ed ostile all'immigrazione. Il pluralismo e la tolleranza costituiscono un bene in sé, sono valori irrinunciabili, ma come la storia delle migrazione di cervelli ci insegna, rappresentano anche una fonte di benessere.

 

3. Una ragione di prevalente ottimismo con qualche cautela: il contesto europeo

Le politiche di integrazione degli immigrati sono immerse nel contesto internazionale. I singoli stati possono cercare di controllare le frontiere, ma non possono evitare che l'avvento di regimi autoritari o la forza di movimenti fondamentalisti provochino nuovi flussi di richiedenti asilo, non possono evitare che siccità e disastri ecologici provochino spostamenti di massa, non possono evitare che guerre civili e conflitti producano esodi di rifugiati, non possono controllare la crescita demografica e l'insufficiente sviluppo economico di altri paesi, che costituiscono le principali determinanti dei normali flussi di emigrazione per ragioni economiche. (56) Non possono imporre agli stati da cui provengono il grosso dei loro flussi misure politiche che scoraggino l'emigrazione, o almeno l'emigrazione clandestina, né ai paesi vicini di bloccare il transito e il traffico, ma su queste azioni possono almeno contrattare ed accordarsi. E, come abbiamo detto, il governo italiano ha fatto notevoli passi sulla via della contrattazione: ha infatti siglato 30 accordi di riammissione, 23 dei quali già entrati in vigore e tre accordi di controllo congiunto delle frontiere. Gli stati sono inoltre vincolati ai trattati internazionali sottoscritti. Così la legge Turco‑Napolitano fu preparata e votata in tempi relativamente brevi perché bisognava mettersi in regola con il Trattato di Schengen che imponeva un maggiore controllo delle frontiere. (57)

Per l'Italia, come per gli altri paesi dell'Unione, sono diventati crescentemente importanti i vincoli comunitari. Già il Trattato di Schengen aveva unificato la lista dei paesi terzi ai quali imporre l'obbligo di visto, aveva richiesto un comune impegno al controllo informatico degli ingressi, attrezzato con una banca dati delle persone da respingere (banca dati del S.I.S., Sistema Informativo Schengen). Ma il vero salto di qualità è stato fatto, come è noto, con il Trattato di Amsterdam che ha trasferito l'intera materia dell'immigrazione e dell'asilo alla quarta sezione del Primo pilastro, il che significa che su queste materie la Comunità può decidere e che, a partire dal 2004, potrà farlo non all'unanimità, ma a maggioranza qualificata dei rappresentanti dei governi dei paesi membri che compongono il Consiglio, mentre anche il Parlamento Europeo potrà pronunciarsi sulle proposte della Commissione. Insomma i singoli stati hanno rinunciato su questa materia ad una parte di sovranità. Il vertice di Tampere aveva già indicato anche le linee generali degli interventi dell'Unione: il superamento della «opzione zero», con la riapertura dei flussi legali; il contrasto dell'immigrazione illegale anche attraverso accordi con i paesi terzi e la repressione del traffico; l'espansione dei diritti degli immigrati regolari, in particolare dei lungo residenti, con la previsione di una crescita graduale dei diritti fino all'equiparazione con i cittadini; il riconoscimento che almeno i costi economici dell'asilo e del rifugio andassero distribuiti tra i paesi dell'Unione e che si dovessero introdurre misure comuni sia per evitare abusi, sia per semplificare le procedure, che si dovesse pensare a misure di integrazione dei rifugiati quando si palesasse un'impossibilità di rientro a tempi brevi; l'introduzione di misure per combattere la discriminazione ed il razzismo. Queste linee sono riprese ed approfondite nelle due comunicazioni, l'una sull'asilo e l'altra sull'immigrazione, presentate il 22 novembre 2000 dalla Commissione Europea. Ma già il 28 settembre 2000 una decisione del Consiglio ha istituito un fondo europeo per i rifugiati, per riequilibrare gli sforzi attualmente così diseguali degli stati membri con una ripartizione delle risorse proporzionata all'onere dell'accoglienza.

La Carta dei diritti fatta propria dal vertice di Nizza ribadisce principi ovvi per regimi democratici, quali il diritto di asilo (art. 18) o il divieto di discriminazione (art. 21), ma dà anche indicazioni sui modelli di integrazione quando afferma che l'Unione rispetta «la diversità culturale, linguistica, religiosa» (art. 22) e quando prevede insieme la possibilità di creare istituti di insegnamento privato e la libertà dei genitori non solo di educare, ma anche di istruire i figli secondo le proprie convinzioni religiose (art. 14).

Nel 2000, sono state inoltre approvate dal Consiglio dell'Unione due direttive proposte dalla Commissione: una riguarda i ricongiungimenti familiari e l'altra le misure contro la discriminazione ed il razzismo.