Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati
SECONDO RAPPORTO SULL'INTEGRAZIONE DEGLI
IMMIGRATI IN ITALIA
INDICATORI DI INTEGRAZIONE
UN SISTEMA DI INDICATORI DI INTEGRAZIONE: UN PRIMO TENTATIVO DI COSTRUZIONE
1. Premessa
Nel predisporre e realizzare
politiche volte a favorire l'inserimento degli immigrati stranieri nella nostra
società è necessario, sia nella fase progettuale sia in quella di verifica
degli interventi adottati, poter disporre di una serie di indicatori capaci di
cogliere la condizione dei nuovi venuti nelle diverse sfere della vita sociale
e in grado di evidenziare le dimensioni maggiormente problematiche.
L'importanza della
predisposizione di un adeguato sistema informativo è ampiamente riconosciuta:
negli ultimi anni molta attenzione è stata rivolta in Europa, a livello
internazionale, alla misura dell'integrazione degli immigrati [Cagiano et al.
1992; 1994; Council of Europe 1997; Haug 2000] e diverse proposte ed
analisi sono emerse anche a livello nazionale [Colasanto e Ambrosini 1993;
Casacchia e Strozza 1995; Natale e Strozza 1997; Caritas di Roma 1999; Zincone
2000b]. Qui si intende porre le basi per la predisposizione di un sistema di
indicatori che consenta di avere, anno dopo anno, un monitoraggio sulla
situazione delle collettività immigrate nei diversi contesti territoriali
italiani. Evidentemente l'obiettivo è ambizioso e di non facile realizzazione.
Per ciascuna dimensione
saranno proposti gli indicatori che sembrerebbero, a livello teorico, i più
adeguati al «monitoraggio» dell'integrazione e quelli costruibili in base al
materiale statistico attualmente disponibile.
2. Dai modelli alle
possibili misure di integrazione
2. 1. Un richiamo
ai principali modelli
Per un'attenta individuazione delle misure e degli indicatori di integrazione occorre preliminarmente evidenziare gli aspetti caratteristici del fenomeno e richiamare brevemente i principali modelli teorici e i limiti di applicabilità riscontrati. Il termine integrazione esprime un concetto complesso il cui significato può variare nel tempo e nello spazio a seconda del paese considerato, delle circostanze storico‑politiche e della fase dell'immigrazione [Conti e Strozza 2000]. Notevoli sono le difficoltà nel fornire una formulazione univoca e puntuale del termine, anche perché ciò che sicuramente contraddistingue l'integrazione è il suo carattere dinamico: si può definire pertanto sia un processo che lo stadio raggiunto del processo stesso d'inserimento [Castles 1998].
In termini di processo,
l'integrazione è vista come un percorso che coinvolge due entità distinte,
l'individuo che cerca di inserirsi, e anche di coesistere al meglio, nel
contesto di accoglimento e la società ospitante che lo aiuta, lo lascia fare o
lo ostacola nel raggiungere il proprio scopo. Nella sua accezione di processo,
l'integrazione comprende tutte le modalità attraverso le quali l'immigrato può
essere «incorporato» nella realtà di adozione. L'inserimento può assumere,
immaginando un continuum che va dalla assimilazione al multiculturalismo
[Magura e Coleman 1994], forme e caratteristiche assai differenti.
L'assimilazione definisce un processo unidirezionale di adattamento dello straniero al nuovo ambiente sociale. Più precisamente, per Park e Burgess questa costituisce «il processo di interpenetrazione e di fusione per il quale persone o gruppi acquisiscono memorie, sentimenti e attitudini di altre persone o gruppi e, modellati dalla loro esperienza e storia, sono incorporati in una vita culturale comune» [Park e Burgess 1921, p. 360]. In altre parole, ci si aspetta che l'individuo rinunci alle proprie caratteristiche linguistiche, sociali e culturali a favore di un suo completo assorbimento nella società ospitante. Per questa via, l'immigrato si confonde con il resto della popolazione e ne acquisisce anche la «nazionalità culturale». In questo modello ed in questa logica, il ruolo dello Stato è quello di creare le condizioni giuridiche ed operative che favoriscano l'adattamento dell'individuo al nuovo ambiente sociale e non quello di riconoscere l'esistenza di diversi gruppi etnici. Un atto di questo tipo sarebbe infatti contrario all'assimilazione in quanto consentirebbe ed ufficializzerebbe l'esistenza di più appartenenze culturali. Di fatto, il tentativo da parte di alcuni governi di tradurre in realtà il modello socio‑politico si è risolto in un mancato raggiungimento dell'obiettivo. Il noto caso del «velo islamico» sollevato in Francia qualche anno fa ha dimostrato come l'identità culturale sia una realtà incancellabile.
Un secondo modello di
incorporazione degli immigrati prevede la loro più o meno ampia
marginalizzazione e/o esclusione. Le politiche che si ispirano a questo principio
riducono la partecipazione degli individui solo ad alcune, determinate, sfere
della società (che, in genere, corrispondono a quelle connesse con il mercato
del lavoro), rifiutandogli invece l'accesso alle altre dimensioni. L'esclusione
può materialmente tradursi in strumenti giuridici quali, ad esempio,
l'imposizione di onerose condizioni per l'acquisizione della cittadinanza,
oppure in atteggiamenti discriminatori che impediscono un pieno inserimento
dell'immigrato nella società ospitante.
Diverso è invece il caso in
cui l'integrazione è intesa nel senso di coesistenza tra più gruppi che
riescono a preservare le proprie tradizioni nei confronti del gruppo
maggioritario. I vari gruppi rimangono distinti tra loro e dal gruppo
maggioritario in ordine a lingua, cultura e tradizioni [Todisco 1995]. La
collettività nativa non si attende, quindi, che gli individui rinuncino alla
loro diversità ma che accettino alcuni valori chiave della società di adozione.
Il rischio connesso all'applicazione di questo modello è la costituzione di
comunità ripiegate su se stesse e non interagenti tra di loro.
L'incorporazione può infine
avvenire secondo le regole dell'integrazione. Questo modello cerca di superare
i limiti dei modelli precedentemente esposti intendendo per integrazione sia
l'integrità della persona, delle collettività coinvolte in tale
processo, sia l'interazione positiva e la pacifica convivenza tra tutte
le collettività, compresa ovviamente quella autoctona [Zincone 2000a].
Seguendo questo principio,
nel costruire le politiche di integrazione, occorre tenere conto delle esigenze
dei nazionali e delle loro insicurezze di fronte al complesso fenomeno
dell'immigrazione. E’ necessario tuttavia tenere presente che le esigenze delle
comunità immigrate sono altrettanto degne di tutela e che pertanto,
l'accoglimento delle istanze dei nazionali vadano contemperate al
riconoscimento delle diversità di tali collettività. Riconoscere e rispettare
le differenze non deve però portare alla creazione di cellule isolate: l'obiettivo
di fondo dell'integrazione è, al contrario, quello di realizzare interazioni
positive tra nazionali ed immigrati nel quadro di un dialogo che si articoli in
più dimensioni, estendendosi così a tutte le sfere del convivere, e che sia in
grado di arricchire entrambe le parti in causa [Zincone 2000a].
2.2. L'utilità
delle misure di integrazione
Il richiamo assai sintetico
ai vari modelli di integrazione consente di ricordare quante chiavi di lettura
possono essere date allo stesso termine. Tuttavia, una volta indicate le
differenze, occorre sottolineare il dato comune relativo alle dimensioni nelle
quali interviene l'integrazione.
Questo riguarda il ruolo
giuridico, sociale, culturale e, aggiungiamo noi, economico che gli immigrati
ricoprono nel contesto in cui si trovano ad agire [Council of Europe 1997]. Le
scelte effettuate dal legislatore dovrebbero favorire un'evoluzione delle
condizioni di vita dell'immigrato in ciascuna di queste sfere. Di conseguenza,
risulta evidente che il secondo carattere distintivo dell'integrazione, dopo
quello dell'essere processo, è dato dalla sua pluridimensionalità.
La complessità del fenomeno,
dal punto di vista della definizione del concetto stesso e dal numero di
aspetti interessati, ha fatto emergere la necessità di costruire misure di
sintesi atte ad evidenziare «differenze o similitudini nei comportamenti o
nelle situazioni» [Haut Conseil à l'Intégration, 1991a] che coinvolgano immigrati
e nazionali. Attraverso il ricorso a misure o indicatori statistici si cerca,
quindi, di monitorare un processo di per sé difficilmente quantificabile nel
tempo e nello spazio.
Essendo inoltre questo tipo
di calcoli suscettibili, in diversi casi, di misurare la distanza tra i gruppi
cui fanno riferimento, possono essere considerati come degli indicatori di
allerta: un eccessivo scarto tra le misure relative ai vari gruppi
potrebbe infatti indicare un rischio di non integrazione o di discriminazione (1) [Haut Conseil à l'Intégration 1991b].
Il ricorso agli indicatori
appare cruciale per misurare i cambiamenti nelle caratteristiche, nelle
propensioni e nei bisogni delle collettività immigrate, nonché per monitorare
specifici aspetti delle politiche di intervento sociale. L'attenzione va
rivolta in particolare a quelle informazioni statistiche che consentono di
misurare le condizioni sociali, e le loro modificazioni nel tempo, delle
diverse comunità straniere.
2.3. Modello di
integrazione e misura dell'integrazione
La scelta di un indicatore va
ancorata alla realtà storica nella quale si colloca lo studio: questa, infatti,
incide sia nel selezionare un indicatore tra gli altri, sia sul significato da
attribuire al risultato dell'elaborazione.
Riguardo al primo aspetto,
nel rapporto EUROSTAT del 1994 relativo alle politiche di integrazione di sette
paesi europei [Cagiano de Azevedo et al. 1994] vengono sottolineate le
differenze nelle batterie di indicatori scelte dai vari gruppi di lavoro. Ad
esempio, il rapporto relativo all'Italia non contempla, nell'ambito delle
misure relative all'alloggio, l'ipotesi di immigrati proprietari delle
abitazioni occupate che, al contrario, appare nelle analisi realizzate per gli
altri paesi. In effetti, l'elaborazione fotografa una realtà nella quale il
fenomeno allo studio era nel nostro paese meno «maturo» rispetto ai paesi di
più antica immigrazione. Nella situazione italiana dell'inizio degli anni
Novanta ed anche attuale, l'ipotesi di cui sopra assumeva scarsa rilevanza. Per
contro, solo gli esperti italiani rilevano misure relative agli immigrati
sistemati in centri di prima accoglienza a testimonianza, di nuovo, della
considerazione che viene fatta delle caratteristiche dei contesto che gli indicatori
aiutano a sintetizzare. Gli indicatori, quindi, non sono sempre fissi nel tempo
ma, in alcuni casi possono variare in base alla fase ed all'evoluzione del
processo migratorio.
Se è vero che cambia il tipo
di indicatore utilizzato in funzione della realtà e del modello sotteso, è
d'altra parte vero che alcuni indicatori vengono studiati più spesso di altri
anche se il significato loro attribuito varia a seconda della realtà di
riferimento. Proprio la procedura di costruzione potrebbe far pensare a indicatori
tarati su distinti modelli migratori. In realtà, diversi indicatori non possono
che riferirsi all'intensità o alla struttura di un fenomeno così come osservate
nella popolazione autoctona. Inoltre, è assai utile leggere la misura alla luce
della politica migratoria del paese in esame ed agli scopi che essa persegue
tarando, quindi, il risultato statistico al modello di integrazione ambito o
adottato: diverso sarà infatti il senso da attribuire ad uno stesso indicatore
quale, ad esempio, l'acquisizione della cittadinanza, in un paese che persegue
un obiettivo di assimilazione degli immigrati da uno che punta invece alla loro
marginalizzazione.
Tra gli indicatori che più
frequentemente vengono utilizzati, un posto di primaria importanza si deve
riconoscere proprio alle acquisizioni di cittadinanza attraverso cui si
raggiunge la piena parità di diritti e di doveri tra immigrati e nazionali.
Alcuni autori [Gallo, Bisogno
e Strozza 2000] hanno puntualizzato l'ambivalente ruolo di questo istituto
giuridico in ordine al percorso di integrazione: da un lato, questo può
assumere la valenza di uno strumento volto a facilitare l'integrazione
dell'immigrato nel paese ospite riconoscendogli piena cittadinanza, dall'altro,
può essere interpretato come la tappa finale di un lungo e faticoso processo.
Coleman [1994] suggerisce di
dividere i paesi europei in due gruppi in ordine alla concessione della
cittadinanza: paesi che adottano una politica «liberale» volta ad incoraggiare
gli immigrati ad acquisire una nuova cittadinanza e paesi «protezionisti» che
impongono invece severe condizioni monetarie o la verifica del grado di
integrazione raggiunto dall'interessato. Chiaramente una distinzione così netta
e precisa può riferirsi solo ad un'astrazione teorica: la situazione è più
complessa perché spesso le politiche non sono così facilmente ed univocamente
catalogabili.
Il risultato è quindi
influenzato (e si dovrà tenere conto di questo) dalle politiche adottate ma non
solo. Il valore dell'indicatore sarà anche determinato dall'orizzonte spazio‑temporale
del migrante: è ovvio che se il progetto migratorio (che, peraltro, essendo
progetto per definizione può cambiare) non contempla una permanenza a lungo
termine nel paese di accoglienza ma un rientro a breve in quello di origine, o
se il paese di accoglienza è considerato un ponte verso un altro paese,
possiamo ipotizzare che avremo un basso livello di richieste di cittadinanza a
prescindere dalla maggiore o minore apertura delle politiche di integrazione
nazionale. In altre parole, anche il ruolo svolto dal paese ospitante (di vera
attrazione o di solo passaggio), che può variare in base ad alcune
caratteristiche e all'area di origine dei migranti, può incidere sul risultato
fornito dall'indicatore.
In conclusione, il carattere
di complessità insito nella nozione di integrazione comporta necessariamente
l'impiego di vari indicatori il cui significato varia in base al «modello
migratorio» delle collettività straniere che è la sintesi tra il progetto
iniziale e la sua realizzazione effettiva nel contesto di accoglimento.
Pertanto, quella che potrebbe sembrare un'analisi puramente tecnica presuppone,
al contrario, un elevato grado di conoscenza della realtà che si cerca di
cogliere e sintetizzare attraverso il ricorso a strumenti statistici.
Sarebbe quindi fondamentale
far ricorso anche ad indicatori che esprimano le caratteristiche delle
collettività straniere e le loro intenzioni sia a stabilirsi nel paese di
accoglimento sia a intraprendere relazioni positive con la collettività
autoctona.
2.4. Modalità di
analisi e categorie considerate
Nella predisposizione degli
indicatori di integrazione un punto cruciale è rappresentato dall'esatta
definizione dei segmenti di popolazione a cui fare riferimento. Gli immigrati
stranieri, che all'inizio del processo migratorio costituiscono praticamente la
totalità del collettivo obiettivo, col passare del tempo rappresentano solo il
segmento principale a cui va affiancato quello degli immigrati naturalizzati e
quello dei figli nati nel paese di accoglimento (la cosiddetta seconda
generazione). In tal modo si determina un'articolazione della realtà tale da
rendere inadeguata l'adozione di definizioni semplici quali quella di immigrato
o quella di straniero che non sono più coincidenti e, soprattutto, colgono
soltanto una parte del collettivo d'interesse. Accanto alla popolazione
straniera sembra pertanto opportuno considerare anche quella di origine
straniera che ha acquisito la cittadinanza del paese di accoglimento, segmento
che in genere si colloca in uno stadio più avanzato del processo di
integrazione. (2) Inoltre, all'interno
dell'insieme degli stranieri va considerata non solo la componente legale
(immigrati con permesso di soggiorno valido e minori al seguito) ma anche
quella illegale (immigrati clandestini o con permesso scaduto e non rinnovato)
che, ovviamente, risulta difficilmente quantificabile. Gli illegali
rappresentano sicuramente la parte meno stabile ed integrata della popolazione
straniera; essi potranno intraprendere un effettivo percorso di integrazione
soltanto a seguito di disposizioni eccezionali di regolarizzazione che ne
consentano la transizione verso una situazione di legalità della presenza.
Pertanto, in maniera
schematica si possono individuare almeno tre segmenti di interesse che
individuano differenti bisogni e livelli di partecipazione sociale: i
naturalizzati, gli stranieri legali e quelli illegali. Per le collettività
immigrate la strutturazione interna secondo questi sub‑gruppi può risultare
anche enormemente differenziata, riflettendo fasi diverse del processo
migratorio (le collettività di più recente costituzione hanno una quota più
elevata di illegali e più contenuta di naturalizzati) e variabili propensioni
all'inserimento nella società di accoglimento.
Sarebbe sicuramente di grande
interesse poter considerare tutti e tre i segmenti in quanto ciascuno di essi
incide in modo differenziato sulla società di arrivo ed è destinatario di
specifiche politiche sociali. (3)
Spesso però i dati rilevati e/o disponibili fanno riferimento prevalentemente
al segmento centrale, quello costituito dalla popolazione straniera legale.
Appare comunque opportuno avere indicazioni più o meno attendibili sulla
consistenza dei tre gruppi che, come detto, potrebbe risultare assai differente
tra le collettività immigrate. Inoltre, appare assolutamente necessario trovare
soluzioni che consentano di costruire alcuni indicatori essenziali, superando i
problemi dovuti alla mancanza di omogeneità nella popolazione di riferimento a
numeratore e denominatore dei rapporto (alcuni casi specifici saranno
evidenziati nel par. 3).
3. Un sistema di
indicatori di integrazione
Dopo aver evidenziato alcuni
legami tra modelli ed indicatori e l'utilità di questi ultimi come segnali di
inserimento o meno degli immigrati nel contesto di accoglienza, occorre
individuare, sulla base prevalente della definizione di integrazione proposta
dalla Commissione [«integrità e interazione», cfr. Introduzione e sintesi in
Zincone 2000a], i diversi aspetti che devono entrare in gioco per la
costruzione di un adeguato sistema di misurazione del processo di integrazione
delle collettività straniere. (4) Va
subito detto che non tutte le misure che saranno proposte sono costruibili:
l'impedimento è dovuto, in alcuni casi, alla mancanza dei dati necessari, in
altri, alla mancata rispondenza dei dati alla realtà che si vuole cogliere.
La procedura seguita, che in
questo primo anno di analisi statistica ha carattere sperimentale, ha
comportato in primo luogo la determinazione di alcune dimensioni generali della
integrazione che sono state articolate al loro interno in ambiti specifici per
ciascuno dei quali sono stati definiti misure e indicatori. Le quattro
dimensioni generali individuate (prospetto 1) esprimono aspetti differenti che
entrano in gioco nel processo di integrazione:
A. le caratteristiche
demografiche, sociali e territoriali che costituiscono i requisiti di
base, in larga misura ascrivibili al capitale umano e sociale degli immigrati;
B. le relazioni con la
comunità di origine e con quella di accoglimento, nel tentativo di valutare la
propensione alla stabilizzazione e l'interazione con la popolazione nazionale;
C. l'effettivo inserimento e
la piena realizzazione nel contesto scolastico e in quello lavorativo, dal
momento che scuola e lavoro sono assi fondamentali per l'integrazione e per la
mobilità sociale;
D. le condizioni di vita e
l'attiva partecipazione alla vita di tutti i giorni che testimoniano di
un pieno e positivo processo di interazione con l'ambiente di accoglimento.
Chiaramente, ognuna di queste
dimensioni, descrivendo quadri generali, necessita della definizione di criteri
che ne esplicitano sistematicamente il senso. Di conseguenza, le quattro
dimensioni saranno divise in 12 ambiti specifici che, a loro volta, daranno
luogo a vari indicatori (prospetto 1).
La carenza delle informazioni
necessarie per costruire gli indicatori relativi alla quarta dimensione e ad
una parte della terza, quella concernente la scolarità, nonché l'inadeguatezza
dei dati per collettività sull'inserimento lavorativo (secondo ambito specifico
della terza dimensione) hanno consigliato di evitare di proporre un'analisi di
sintesi che, per forza di cose, sarebbe stata limitata alle sole prime due
dimensioni, esprimendo quindi non lo stadio dell'integrazione ma i prerequisiti
e le propensioni delle collettività straniere. Di seguito verranno definiti,
distintamente per le quattro dimensioni, i principali indicatori di
integrazione, mettendo in evidenza i problemi di costruzione e i limiti del
materiale statistico attualmente disponibile. Poiché lo scopo principale è di
fornire un quadro generale sulle attuali possibilità di analisi del processo di
integrazione le tabelle e le figure proposte saranno commentate in maniera
estremamente sintetica.
A.a ‑ Di
alcuni problemi di costruzione degli indicatori
La struttura demografica,
sociale e territoriale secondo il paese di origine, in tale ottica, costituisce
il primo livello di studio dell'integrazione: l'intero processo dipende infatti
innanzitutto dalla «morfologia» della popolazione immigrata.
Prospetto 1 ‑
Dimensioni, ambiti specifici, misure e indicatori di integrazione delle
collettività straniere
|
DIMENSIONI |
AMBITI SPECIFICI |
MISURE E INDICATORI |
|
A. STRUTTURA DEMOGRAFICA,
SOCIALE E TERRITORIALE |
A.I. Struttura demografica e
comportamento riproduttivo |
A.1.1.Ammontare A. 1.2. Struttura per età A.1.3. Struttura per sesso A. 1.4. Struttura per stato
civile A. 1.5. Natalità/fecondità |
|
|
A.2. Struttura sociale |
A.2.1. Livello di istruzione |
|
|
A.3. Struttura territoriale |
A.3. 1. Distribuzione della
popolazione sul territorio |
|
B. RELAZIONI CON LA
COMUNITA’ DI ORIGINE E CON QUELLA DI ACCOGLIMENTO |
B.1. Relazioni con il paese
di origine |
B. 1.1. Rimesse B.3.1. Ricongiungimenti
familiari B. 1.2. Contatti con
familiari in patria |
|
|
B.2. Relazioni con il gruppo
etnico di origine e con gli altri
gruppi |
B.2.1. Iscritti ad
associazioni etniche B.2.2. Matrimoni tra
stranieri |
|
|
B.3. Relazioni con il paese
di accoglimento |
B.3.2. Uso della lingua
italiana B.3.3. Matrimoni misti B.3.4. Naturalizzazioni e
acquisizioni della cittadinanza |
|
C. INSERIMENTO LAVORATIVO E MOBILITA’ SOCIO‑PROFESSIONALE |
C.1. Riuscita scolastica dei
figli degli immigrati e della seconda generazione |
C. 1.1. Scolarizzazione C.1.2. Insuccessi nella
scuola dell'obbligo C.1.3. Ritardi ed abbandoni |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
C.2. Inserimento lavorativo |
C.2.1. Tasso di attività e
partecipazione femminile C.2.2. Tasso di
disoccupazione C.2.3. Settori di
occupazione e qualifiche professionali C.2.4. Lavoratori autonomi C.2.5. Utilizzazione del
capitale umano |
|
D. VITA NELLA SOCIETA’ |
D.1. Alloggio |
D.1.l. Distribuzione sul
territorio urbano (concentrazione geografica e segregazione) D. 1.2. Tipo di sistemazione
abitativa D.1.3. Quota di proprietari
di abitazioni D. 1.4. Quota di senza casa D.1.5. Affollamento |
|
|
D.2. Consumi |
D.2.1. Quota di reddito
consumato in beni non di prima necessità |
|
|
D.3. Salute |
D.3.1. Condizioni di salute D.3.2. Abortività D.3.3. Mortalità |
|
|
D.4.. Devianza |
D. 4. 1. Intensità dei
comportamenti devianti rispetto ai nazionali |
E’ impensabile cercare di
approntare una qualsivoglia politica sociale prescindendo da una precisa
conoscenza delle caratteristiche del collettivo obiettivo. La prima dimensione
costituisce quindi una premessa a tale politica venendo infatti a definire
principalmente il complesso del capitale umano e sociale degli
immigrati.
Prima di tutto è fondamentale
conoscere la numerosità delle collettività immigrate e la loro distribuzione
territoriale per avere un'idea generale sulla consistenza e la localizzazione
degli eventuali interventi da predisporre. La articolazione dell'ammontare
totale secondo le modalità delle principali caratteristiche demografiche appare
fondamentale per valutare in modo specifico squilibri ed eventuali necessità.
In particolare, la struttura
per età dovrebbe consentire di evidenziare l'importanza assunta dalla
popolazione in età lavorativa, oltre che dalla componente giovanile e da quella
anziana, mettendo in luce la fase del processo migratorio (da un'immigrazione
per lavoro al prevalere dei ricongiungimenti familiari fino all'eventuale
invecchiamento del collettivo degli immigrati) e l'emergere di distinti e
specifici bisogni (per i più giovani di istruzione e formazione per gli anziani
di assistenza).
E’ non meno importante la
struttura per sesso che è anche un segnale dello stadio del processo migratorio
e che, in caso di forti squilibri, può essere un'indicazione delle possibili
difficoltà che gli immigrati incontrano nelle relazioni sociali.
Anche la struttura per stato
civile rivela una realtà che incide profondamente sulla sfera affettiva
dell'immigrato e quindi sui suoi atteggiamenti e comportamenti. L'esistenza o
meno di vincoli matrimoniali e la presenza o meno del coniuge in Italia
esercita notevole influenza sull'esperienza migratoria e sul vissuto del
migrante. Inoltre, è un'informazione utile per cogliere anticipatamente i
possibili comportamenti nuziali e il numero atteso di richieste di ricongiungimento
familiare.
Il comportamento riproduttivo
delle coppie immigrate risente, ovviamente, dei modelli delle comunità di
origine, anche se l'esperienza migratoria e la realtà di accoglimento possono
modificare il calendario ed il numero delle nascite per donna. In letteratura
particolare attenzione è stata rivolta proprio al processo di convergenza della
fecondità degli immigrati, soprattutto di quelli provenienti da paesi ad alta
fecondità, verso i livelli sperimentati dalla popolazione dei paese di
accoglimento.
In questo tipo di analisi
occorre considerare un possibile iniziale declino della fecondità, dovuto alle
difficoltà connesse all'emigrazione [Maffioli 1996] ed allo squilibrio nella
struttura per sesso, ed una successiva ripresa che in molti casi non raggiunge
i livelli osservati nei paesi di origine, poiché una parte della fecondità
rinviata non verrà più recuperata e/o il modello riproduttivo tenderà ad
avvicinarsi a quello della popolazione autoctona.
Pertanto, se in molti paesi
di accoglimento si assiste ad una flessione della fecondità delle popolazioni
immigrate rispetto ai livelli osservati nei paesi di origine, questa situazione
potrebbe non essere la conseguenza di un processo di convergenza dei
comportamenti dei nuovi venuti verso quelli della popolazione ospitante. Nel
primo periodo di immigrazione, infatti, la bassa fecondità potrebbe dipendere
soprattutto dalla proporzione
di bambini nati prima dell'evento migratorio e/o dalla separazione delle
coppie.(5)
Particolare attenzione viene
rivolta alla fecondità intesa anche come segnale di un più generale rapporto
degli immigrati con la società di accoglienza [Feld 1991]. infatti, è possibile
individuare nel comportamento riproduttivo una vera e propria strategia di
mobilità sociale messa in atto da gruppi minoritari economicamente e
socialmente svantaggiati: in quest'ottica, una diminuzione del tasso di
fecondità verrebbe interpretato come un fattore di promozione sociale.
Tuttavia, una comunità che avverte come ostile la società circostante potrebbe
dar luogo ad una forte fecondità come reazione sociale. Un terzo approccio
considererebbe determinante nei comportamenti riproduttivi le norme religiose o
ideologiche proprie di alcuni gruppi.
Da quanto detto è evidente,
quindi, l'importanza che assume l'analisi del livello e dell'evoluzione della
fecondità delle collettività straniere, anche se vanno superate alcune non
facili difficoltà di misura. Il calcolo dei tassi specifici di fecondità per
età e conseguentemente del tasso di fecondità totale (TFT), che esprime il
numero medio di figli per donna, non appare semplice poiché il numero di nati
vivi da riportare a numeratore comprende anche quelli da donne senza permesso
di soggiorno, ma le donne illegali che dovrebbero quindi risultare a
denominatore dei rapporto insieme a quelle legali, non essendo rilevate dalle
fonti ufficiali risultano di difficile valutazione. Per questa ragione alcuni
[Natale e Strozza 1997] hanno limitato l'attenzione alle nascite da donne straniere
residenti, altri [Maffioli 1996] hanno fatto ricorso a metodi alternativi di
stima del TFT.
Spesso si fa riferimento al
quoziente generico di natalità, numero di nascite in un anno di calendario per
ogni mille persone, che necessita di una stima complessiva degli stranieri
(legali e illegali) da porre a denominatore del rapporto. La interpretazione
del valore assunto da tale indice va però sostenuta dall'analisi di ulteriori
informazioni. (6)
Avendo inteso la prima
dimensione come il capitale umano che lo straniero porta con sé al momento del
suo arrivo in Italia, nell'ambito di questa viene inquadrato l'indicatore
relativo al titolo di studio degli immigrati (ad esempio, la quota di diplomati
e laureati tra gli ultra venticinquenni) che potrebbe giocare un ruolo
importante nell'inserimento lavorativo e, più in generale, in quello sociale
nella realtà di adozione.
Va notato però che
attualmente solo in pochi casi sono disponibili informazioni sul livello
d'istruzione le quali, quando rilevate, riguardano quasi sempre il titolo di
studio riconosciuto in Italia e non quello conseguito in patria. In pratica, la
presenza nei paesi di origine di sistemi scolastici e programmi formativi
differenti da quelli italiani comporta spesso il mancato riconoscimento del
titolo conseguito dagli immigrati e quindi uno svantaggio che alle volte è
possibile colmare soltanto attraverso l'acquisizione dei titoli di studio in
Italia.
A.b ‑ Misure
e indicatori disponibili
Tab. 1 ‑ Sulla base dei
dati sui permessi di soggiorno validi all'inizio del 1999, raccolti dal
Ministero dell'Interno e rivisti dall'Istat [2000c], è possibile, pur con
qualche limite di non poco conto, trarre interessanti informazioni sulla
dimensione e sulla struttura demografica delle comunità straniere, nonché sulla
loro distribuzione sul territorio nazionale.
Naturalmente, questi dati si
riferiscono alla sola componente legale, vale a dire a quegli stranieri
presenti sul territorio nazionale nel rispetto della normativa sul soggiorno in
Italia.
All'inizio del 1999 gli
stranieri con permesso di soggiorno sono poco meno di 1.100.000, se si tiene
conto anche dei minori al seguito si arriva ad una cifra di circa 1.250.000
stranieri legali [Gabrielli, Gallo e Strozza 2000] che costituisce quasi il
2,2% della popolazione complessiva presente in Italia. Per effetto soprattutto
della sanatoria del 1998, i permessi di soggiorno dovrebbero superare
all'inizio del 2000 la cifra di 1.300.000 unità, circa 1.500.000 dovrebbero
essere quindi gli stranieri legali compresi i minori.
La mappa della popolazione
straniera per luogo di origine si caratterizza per la sua estrema complessità:
il numero relativamente ridotto di presenze rispetto ad alcuni tradizionali
Stati europei di accoglimento (Germania, Francia e Regno Unito) si qualifica
per l'altissimo numero di collettività che lo costituiscono. Si consideri che
le dieci comunità straniere numericamente più importanti rappresentano solo
poco più della metà del totale.
Riguardo alla struttura per
sesso, le informazioni sopra riportate documentano, in generale, un forte
squilibrio tra i due generi con alcune collettività a netta prevalenza maschile
(senegalese, egiziana, tunisina, marocchina, ecc.) ed altre a chiara
predominanza femminile (brasiliana, polacca, peruviana, filippina, ecc.).
Le differenze assolute tra
l'ammontare dei maschi e delle femmine danno conto dell'importanza numerica
dello squilibrio che è, in genere, più forte per le comunità a dominanza
maschile.
La gravità di queste
discrepanze, insieme al gran numero di nazionalità presenti sul territorio,
rendono la definizione di politiche di integrazione particolarmente
problematica. Va notato comunque che con la stabilizzazione della presenza c'è
una chiara tendenza al riequilibrio della struttura per sesso [Gabrielli, Gallo
e Strozza 2000].
Pertanto, oltre all'elevato numero di collettività esiste un problema di differenze tra collettività di «antica» e di più «recente» immigrazione. A influire sulle differenze gioca un ruolo non secondario anche il diverso tasso di sviluppo socio‑economico della popolazione nei luoghi di origine che può spingere o meno l'emigrato a rimanere in Italia e a richiamare la propria famiglia.
Tab. 1 ‑ Dimensione
assoluta e struttura per sesso delle principali collettività straniere. Italia,
1‑1‑1999. Valori assoluti e percentuali
|
Paese di cittadinanza (a) |
Valori assoluti |
Differenza |
% |
% squilibrio |
||
|
|
Totale |
maschi |
femmine |
assoluta |
femmine |
tra i sessi (b) |
|
Marocco |
128.297 |
93.948 |
34.349 |
59.599 |
26,8 |
46,5 |
|
Albania |
87.595 |
55.916 |
31.679 |
24.237 |
36,2 |
27,7 |
|
ex‑Jugoslavia |
82.067 |
50.697 |
31.370 |
119.327 |
38,2 |
23,6 |
|
Filippine |
59.074 |
19.443 |
39.631 |
‑20.188 |
67,1 |
34,2 |
|
USA |
45.944 |
15.399 |
30.545 |
‑15.146 |
66,5 |
33,0 |
|
Cina |
41.237 |
22.217 |
19.020 |
3.197 |
46,1 |
7,8 |
|
Tunisia |
41.137 |
32.310 |
8.827 |
23.483 |
21,5 |
57,1 |
|
Germania |
33.836 |
13.928 |
19.908 |
‑5.980 |
58,8 |
17,7 |
|
Romania |
33.777 |
15.023 |
18.754 |
‑3.731 |
55,5 |
11,0 |
|
Senegal(c) |
31.420 |
29.305 |
2.115 |
27.190 |
6,7 |
86,5 |
|
Sri Lanka |
27.381 |
15.612 |
11.769 |
3.843 |
43,0 |
14,0 |
|
Francia |
24.762 |
9.798 |
14.964 |
‑5.166 |
60,4 |
20,9 |
|
Egitto |
23.811 |
18.882 |
4.929 |
13.953 |
20,7 |
58,6 |
|
Perù |
23.637 |
7.428 |
16.209 |
‑8.781 |
68,6 |
37,1 |
|
Regno Unito |
23.377 |
10.114 |
13.263 |
‑3.149 |
56,7 |
13,5 |
|
Polonia |
23.258 |
7.177 |
16.081 |
‑8.904 |
69,1 |
38,3 |
|
India |
21.974 |
13.048 |
8.926 |
4.122 |
40,6 |
18,8 |
|
Spagna |
17.132 |
5.534 |
11.598 |
‑6.064 |
67,7 |
35,4 |
|
Brasile (d) |
16.593 |
4.270 |
12.323 |
‑8.053 |
74,3 |
48,5 |
|
Svizzera |
16.404 |
7.196 |
9.208 |
‑2.012 |
56,1 |
12,3 |
|
Altro |
288.107 |
135.323 |
152.784 |
‑17.461 |
53,0 |
16,1 |
|
Totale |
1.090.820 |
1.582.568 |
508.252 |
74.316 |
46,6 |
6,8 |
Note:
(a) Sono riportate
le prime 20 collettività straniere ordinate in modo decrescente in base alla
numerosità dei permessi validi all'inizio del 1999.
(b) L'indice di
squilibrio per sesso, che è uguale a due volte la differenza in valore assoluto
tra il valore di equilibrio e quello della quota delle donne (2* |50‑%F|),
assume valori compresi tra 0 e 100, con i due estremi corrispondenti
rispettivamente ai casi di perfetto equilibrio e di massimo squilibrio.
(c) Comunità con la
massima eccedenza maschile.
(d) Comunità con la
massima eccedenza femminile.
Fonte: nostra elaborazione su
dati del Ministero dell'Interno rivisti dall'Istat [2000c].
Tab. 2 ‑ I permessi di
soggiorno distinti per stato civile consentono di confermare al 1999 la
prevalenza degli stranieri coniugati, emersa per la prima volta nel 1998
[Golini 2000], a dimostrazione della tendenza alla stabilizzazione della
presenza degli immigrati sul territorio italiano, rafforzata anche dal fatto
che in diversi casi (oltre il 14%) i titolari di permesso hanno almeno un
figlio minorenne al seguito (7).
Più in generale, il consolidarsi dell'immigrazione, la stabilizzazione delle presenze e l'arrivo dei congiunti determina significativi cambiamenti nella struttura demografica della popolazione straniera: gli italiani oggi non hanno di fronte solo l'immigrato giovane, celibe e lavoratore ma anche quello coniugato, non di rado con moglie, figli e genitori anziani.
|
Paese di cittadinanza (a) |
% per stato civile |
% con prole |
Età media (b) |
Struttura età lav. (c) |
% anziani (65+) |
||
|
Celibi/ nubili |
Coniugati |
Altro |
|||||
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Marocco |
45,2 |
53,3 |
1,5 |
17,6 |
34,2 |
32,2 |
0,8 |
|
Albania |
41,5 |
56,5 |
2,0 |
20,6 |
31,8 |
20,7 |
2,0 |
|
ex‑Jugoslavia |
39,7 |
57,7 |
2,6 |
18,7 |
34,0 |
35,6 |
2,3 |
|
Filippine |
44,2 |
54,2 |
1,6 |
8,0 |
36,9 |
57,5 |
0,6 |
|
USA |
27,9 |
69,7 |
2,4 |
26,4 |
41,3 |
101,6 |
16,7 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Cina |
37,8 |
61,3 |
0,9 |
18,6 |
32,9 |
30,0 |
1,3 |
|
Tunisia |
54,7 |
44,3 |
1,0 |
14,5 |
33,4 |
17,0 |
0,3 |
|
Germania |
44,3 |
48,0 |
7,6 |
13,9 |
40,6 |
69,4 |
21,4 |
|
Romania |
| ||||||